06 marzo 2008

Priorità

Anche a Federico sarebbe piaciuto mettere su famiglia, ed era sicuro che un giorno lo avrebbe fatto, una volta vinto il concorso, una volta che fosse diventato avvocato. I bambini lo commuovevano più di ogni altra cosa, ma nessuno se ne accorgeva mai, perché in realtà davanti a loro Federico si paralizzava, come quel pomeriggio stava succedendo davanti a suo nipote Peppino. Aveva paura di toccarli, di giocarci, di prenderli in braccio, sicuro com’era che avrebbe detto e fatto la cosa sbagliata. Guardò Peppino che se ne stava seduti zitto zitto a colorare un libro, e pensò che avrebbe voluto dirgli che studiava così tanto anche per lui, per tutta la famiglia, perché suo nipote potesse avere degli occhiali sani e tutto quello che desiderava. Voleva dirgli che un giorno lui si sarebbe levato tutti gli schiaffi dalla faccia, e li avrebbe tolti a tutta la famiglia Sansone. (…) Voleva dire a Peppino, di cui era stato compare di battesimo, e a cui aveva regalato l’enciclopedia I Quindici, che doveva solo aspettare un poco, tenere duro, sopportare che lui studiasse ancora qualche anno e facesse pratica in uno studio e poi cominciasse a esercitare per conto suo, e tutto sarebbe cambiato, e anche Rosaria non sarebbe stata più esaurita chiusa in una stanza, e Titina e Salvatore non sarebbero stati così scombinati, e sua nonna Carmela non avrebbe più dovuto cucire e fare riparazioni di sartoria in casa per tutto il quartiere. Gli venne in mente che forse, perché tutto questo si realizzasse, sarebbero dovuti passare troppi anni, e Peppino nel frattempo sarebbe diventato un ragazzo grande, e di quella sua infanzia avrebbe ricordato solo gli occhiali rotti, la madre a letto, i fogli da colorare e i silenzi di suo zio. Allora chiuse il libro, prese nel cassetto un po’ di soldi che teneva da parte, nascosti in una scatolina in cui una volta c’era stata una bomboniera, e disse al nipote che sarebbero andati a fare una cosa che era contro la sua religione, e che rappresentava per lui lo spreco massimo: sarebbero andati a giocare a flipper al bar di Largo Donnaregina, e lo sguardo di felicità di Peppino, quando lasciò il pennarello e lo sollevò su di lui, per un momento mise in discussione l’ordine delle priorità nella vita di Federico.

Ivan Cotroneo, La kryptonite nella borsa, Bompiani 2007

05 marzo 2008

Donne a marzo

Care amiche e cari amici,
vi invitiamo a partecipare alle iniziative di Amnesty della settimana contro le violenza sulle donne:

GIOVEDI' 6 MARZO 2008 - dalle ore 19.00
Aperitivo alla **Maison Moresque**
Via Grabinski, 2/D (traversa di via Marconi) – Bologna
Tavolino informativo e raccolta firme per la Campagna

contro la violenza sulle donne

SABATO 8 MARZO 2008 - dalle ore 15 alle 20
Manifestazione in Piazza Nettuno a Bologna

Amnesty International ha lanciato una campagna internazionale contro qualsiasi forma di violenza sulle donne. La violenza sulle donne è una delle forme di violazione dei diritti umani più diffuse e occulte al mondo, che colpisce donne di paesi, religioni e culture differenti, istruite o analfabete, ricche o povere, sia che vivano in tempo di guerra sia in tempo di pace. Gli Stati hanno una precisa responsabilità nel prevenire tale violenza, eliminando la discriminazione che sta alla sua origine e ponendo fine al ciclo di impunità che la perpetua.

Le azioni che il gruppo Amnesty Bologna porterà avanti in queste giornate saranno:

Messico: appello per chiedere alle autorità messicane indagini rapide ed efficaci sulla sparizione di Adriana Sarmiento Enriquez, un'altra ragazza di Ciudad Juárez, e che vengano prese misure sufficienti per porre fine alla costante violenza contro le donne.

Guatemala: appello per chiedere nuove leggi e riforme per combattere la violenza contro le donne.

Promozione e diffusione del rapporto di Amnesty "Scuole sicure: un diritto per tutte le bambine" perché le scuole in tutto il mondo adottino specifiche attività e misure per fermare la violenza contro le bambine.

Abbiamo bisogno del sostegno di tutte e tutti per far sentire la nostra voce: unitevi a noi per lottare contro la violenza sulle donne!


Amnesty International Bologna
Via Irma Bandiera 1/5 - 40133 BO
tel 051/434384 - fax 051/6145363
www.amnestybologna.it
riunioni tutti i martedì alle 21

Kryptonite

Dopo alcuni mesi che mi stordisco di saggi (utilissimi, per carità) ho sentito voglia di leggerezza, di quella leggerezza che solo i romanzi più belli sanno dare, e ho avuto la fortuna di incontrarne uno. Ho finito oggi un libro bellissimo, "La kryptonite nella borsa", di Ivan Cotroneo. Uno di quei libri che dell'umanità hanno fatto il loro cuore, scegliendo di rappresentare ciò che di più bizzarro eppure tanto comune c'è nell'animo umano.

04 marzo 2008

Sterile

Non esistono amori sterili. Le precauzioni non servono a niente. Quando ti lascio, il dolore sta al fondo del mio essere come una specie di orribile figlio.

Marguerite Youcenar, Fuochi, Bompiani 1995

20 febbraio 2008

Petizione per proteggere la legge 194

A: Veltroni, Bertinotti e tutti i dirigenti del centro-sinistra

Caro Veltroni, caro Bertinotti, cari dirigenti del centro-sinistra tutti, ora basta! L'offensiva clericale contro le donne – spesso vera e propria crociata bigotta - ha raggiunto livelli intollerabili. Ma egualmente intollerabile appare la mancanza di reazione dello schieramento politico di centro-sinistra, che troppo spesso è addirittura condiscendenza. Con l'oscena proposta di moratoria dell'aborto, che tratta le donne da assassine e boia, e la recente ingiunzione a rianimare i feti ultraprematuri anche contro la volontà della madre (malgrado la quasi certezza di menomazioni gravissime), i corpi delle donne sono tornati ad essere “cose”, terreno di scontro per il fanatismo religioso, oggetti sui quali esercitare potere. Lo scorso 24 novembre centomila donne – completamente autorganizzate – hanno riempito le strade di Roma per denunciare la violenza sulle donne di una cultura patriarcale dura a morire. Queste aggressioni clericali e bigotte sono le ultime e più subdole forme della stessa violenza, mascherate dietro l’arroganza ipocrita di “difendere la vita”. Perciò non basta più, cari dirigenti del centro-sinistra, limitarsi a dire che la legge 194 non si tocca: essa è già nei fatti messa in discussione. Pretendiamo da voi una presa di posizione chiara e inequivocabile, che condanni senza mezzi termini tutti i tentativi – da qualunque pulpito provengano – di mettere a rischio l'autodeterminazione delle donne, faticosamente conquistata: il nostro diritto a dire la prima e l’ultima parola sul nostro corpo e sulle nostre gravidanze. Esigiamo perciò che i vostri programmi (per essere anche nostri) siano espliciti: se di una revisione ha bisogno la 194 è quella di eliminare l'obiezione di coscienza, che sempre più spesso impedisce nei fatti di esercitare il nostro diritto; va resa immediatamente disponibile in tutta Italia la pillola abortiva (RU 486), perché a un dramma non debba aggiungersi una ormai evitabile sofferenza; va reso semplice e veloce l'accesso alla pillola del giorno dopo, insieme a serie campagne di contraccezione fin dalle scuole medie; va introdotto l'insegnamento dell'educazione sessuale fin dalle elementari; vanno realizzati programmi culturali e sociali di sostegno alle donne immigrate, e rafforzate le norme e i servizi a tutela della maternità (nel quadro di una politica capace di sradicare la piaga della precarietà del lavoro). Questi sono per noi valori non negoziabili, sui quali non siamo più disposte a compromessi.

PRIME FIRMATARIE: Simona Argentieri, Natalia Aspesi, Adriana Cavarero, Cristina Comencini, Isabella Ferrari, Sabina Guzzanti, Margherita Hack, Fiorella Mannoia, Dacia Maraini, Valeria Parrella, Lidia Ravera, Rossana Rossanda, Elisabetta Visalberghi

http://www.firmiamo.it/liberadonna

Ti amo

Ti amo come se mangiassi il pane spruzzandolo di sale
come se alzandomi la notte bruciante di febbre
bevessi l’acqua con le labbra sul rubinetto
ti amo come guardo il pesante sacco della posta
non so che cosa contenga e da chi
pieno di gioia pieno di sospetto agitato
ti amo come se sorvolassi il mare per la prima volta in aereo
ti amo come qualche cosa che si muove in me
quando il crepuscolo scende su Istanbul poco a poco
ti amo come se dicessi Dio sia lodato son vivo.


Nazim Hikmet

19 febbraio 2008

Che più bianco non si può

Mi alzo stamattina
come se fumassi una sigaretta,
distratta a pensare a fondo
con la testa vuota. mi vesto,
entro in cucina. da troppi giorni,
penso, devo buttare la spazzatura,
lavare questi tre piatti,
aprire le bollette. intanto
posso asciugare soddisfatta
il cuore che ieri sera
ho lasciato a scolare
sullo straccio,
posso metterlo via,
pulito finalmente,
asettico,
inutile.

02/02/02

Le città e gli occhi. 2.

E' l'umore di chi la guarda che dà alla città di Zemrude la sua forma. Se ci passi fischiettando, a naso librato dietro al fischio, la conoscerai di sotto in su: davanzali, tende che sventolano, zampilli. Se ci cammini col mento sul petto, con le unghie ficcate nelle palme, i tuoi sguardi s'impiglieranno raso terra, nei rigagnoli, nei tombini, le resche di pesce, la cartaccia. Non puoi dire che un aspetto della città sia più vero dell'altro, però della Zemrude d'in su senti parlare soprattutto da chi se la ricorda affondando nella Zemrude d'in giù, percorrendo tutti i giorni gli stessi tratti di strada e ritrovando al mattino il malumore del giorno prima incrostato a piè dei muri. Per tutti presto o tardi viene il gorno in cui abbassiamo lo sguardo lungo i tubi delle grondaie e non riusciamo più a staccarlo dal selciato. Il caso inverso non è escluso, ma è più raro: perciò continuiamo a girare per le vie di Zemrude con gli occhi che ormai scavano sotto alle cantine, alle fondamenta, ai pozzi.

da Italo Calvino, Le città invisibili, Einaudi 1972.

24 gennaio 2008

Armati e indifesi

CS08-2008: 22/01/2008

Sudan, nuovo rapporto di Amnesty International sul Darfur:

cresce la rabbia mentre si aggrava l'insicurezza per i bambini profughi

Al termine della terza settimana di operazioni dell’Unamid (la Forza delle Nazioni Unite in Darfur), Amnesty International ha reso noto che la situazione della sicurezza per gli sfollati è in bilico, sottolineando che una generazione di darfuriani sta crescendo in un clima di estrema paura e insicurezza in campi profughi pieni di armi: una combinazione potenzialmente esplosiva.

Con questo duro monito, Amnesty International ha lanciato il suo nuovo rapporto Sfollati in Darfur - Una generazione di rabbia, in cui descrive l’attuale stato di insicurezza nei campi profughi nell’area, le potenziali conseguenze e le possibili soluzioni.

“La maggior parte dei campi profughi in Darfur è piena di armi. La situazione della sicurezza dentro e fuori dai campi continua a peggiorare, mentre le speranze di una soluzione politica al conflitto in Darfur si riducono e le ostilità tra il governo e i gruppi armati seguitano a intensificarsi” ha dichiarato Tawanda Hondora, vicedirettore del Programma Africa di Amnesty International. “Il benessere degli sfollati continua a essere ignorato mentre i gruppi armati e il governo litigano e impediscono il completo spiegamento dell’Unamid. Non ci potrà essere una pace duratura senza la garanzia che la sicurezza e i diritti umani di queste persone siano rispettati e sostenuti”.

I gruppi armati continuano a usare i campi per reclutare combattenti, inclusi i bambini.

“I giovani del Darfur vivono in una realtà dove non sembra esserci una speranza né per il presente né per il futuro. Arrabbiati e frustrati, alcuni di loro si uniscono ai gruppi armati” - ha proseguito Hondora, facendo l’esempio di “Alì”, uno sfollato del campo di Abu Shouk, che ha detto ad Amnesty International: “I ragazzi di 18 anni sono sfiduciati. Non hanno lavoro, soprattutto i laureati, e vivono con gli aiuti umanitari”.

Gli sfollati del Darfur sono stati lasciati per lo più indifesi. La forza dell’Unione africana, pensata per proteggere i profughi, è stata surclassata dalla superiorità in uomini e armi delle milizie filo-governative janjawid e dei gruppi armati d’opposizione.

“La stessa sorte toccherà all’Unamid a meno che non si mandino chiari segnali alle parti in conflitto che non sarà ammesso alcun attacco all’Unamid e alla popolazione” ha detto Hondora. “In aggiunta, devono essere adottate urgenti misure per assicurare che il governo del Sudan rimuova tutti gli impedimenti al completo spiegamento dell’Unamid. La comunità internazionale deve, inoltre, adeguatamente rinforzare l’Unamid, anche attraverso la fornitura di un equipaggiamento di terra e di trasporto aereo”.

L’esercito e la polizia sudanesi, che dovrebbero in teoria proteggere i civili, sono considerati dagli sfollati come nemici piuttosto che difensori, dal momento che spesso li arrestano arbitrariamente fuori dai campi profughi, in base al sospetto che appartengano a gruppi armati d’opposizione.

Alcuni campi, ad esempio quello di Kalma, ospitano persone appartenenti ad almeno 29 differenti gruppi etnici. La gran parte dei residenti possiede armi. Amnesty International ha appreso che molti giovani hanno costituito gruppi di vigilantes su base etnica. Tra il 16 e il 22 ottobre 2007, le Nazioni Unite hanno registrato più di 10 casi di scontri a fuoco in questo campo, affermando che “molti episodi di violenza sono stati attribuiti al gruppo armato Fur, che comprende dei bambini, contro altri gruppi etnici nel campo”.

“La presenza di armi nei campi ha peggiorato una situazione di sicurezza già precaria per tutti” - ha detto Hondora. “In alcuni campi profughi, si può comprare una pistola con soli 25 dollari e ciò contribuisce a spiegare i numerosi episodi di furto e aggressione”. In questo ambiente carico di rabbia, paura, insicurezza e disaccordo politico, i litigi spesso sfociano in tragedia.

Le donne sfollate sono esposte al costante pericolo di stupro quando si avventurano al di fuori dei propri campi per cercare legna da ardere o cibo. Sebbene la maggior parte delle vittime di stupro accusi le milizie janjawid, ad Amnesty International sono pervenute notizie di stupri commessi anche dall’esercito sudanese, dalla polizia e da altri gruppi armati d’opposizione, compreso l’Esercito di liberazione del Sudan (Sla/Mm). Le donne denunciano di essere state violentate, a volte, anche dagli sfollati maschi all’interno del campo.

“Mahmud”, uno sfollato nel campo di al-Jeneina, ha detto ad Amnesty International: “Le donne continueranno a uscire dal campo per raccogliere legna da ardere. Anche se questo è pericoloso perché possono essere violentate, noi le lasceremo andare perché gli uomini che raccolgono legna da ardere possono essere uccisi”.

Amnesty International si è rivolta anche all’Unamid affinché garantisca la protezione degli sfollati, attraverso lo stazionamento di unità in prossimità di ciascun campo e con un pattugliamento costante, compresa la scorta delle persone che escono per raccogliere la legna da ardere.

“L’Unamid deve essere dotata di risorse per assicurare la piena protezione di tutti i civili in Darfur” - ha concluso Hondora. “Ciascuna parte coinvolta nel conflitto deve, inoltre, interrompere immediatamente gli attacchi ai civili e agevolare lo spiegamento dell’Unamid in tutte le aree colpite”.

FINE DEL COMUNICATO Roma, 22 gennaio 2008


Per ulteriori informazioni, approfondimenti e interviste:
Amnesty International Italia - Ufficio stampa
Tel. 06 4490224 - cell. 348-6974361, e-mail: press@amnesty.it

Carissima formica,

Un giorno d’inverno lo scoiattolo scrisse una lettera alla formica:

Carissima formica,
formica formica formica formica formica
formica formica formica formica
carissima formica
formica formica formica formica
carissima formica
carissima formica
formica.
Lo scoiattolo


Era una lettera strana, e lo scoiattolo non sapeva neanche perché l’avesse scritta. Siccome faceva freddo, le infilò un capottino, le mise in testa un berretto di lana, le spiegò dove andare e le aprì a porta.

La lettera uscì con prudenza, scese lungo il tronco del pioppo, s’incamminò tra la neve e bussò, tic tic, alla finestra della formica.
“Chi è?” domandò la formica.
“La lettera” rispose la lettera.
“La lettera?” si stupì la formica, e aprì la porta.
“Sono per lei” disse la lettera con una piccola riverenza, togliendosi il berretto di lana.
La formica la esaminò da tutti i lati, poi l’aprì con cautela.
“Adesso ti leggo” disse.
“D’accordo” disse la lettera.
Quando ebbe finito di leggerla, la formica si sfregò soddisfatta le zampette e disse: “Siedi, lettera, siedi. Cosa posso offrirti?”.
“Mah…” disse esitando la lettera. “Non saprei…”
“Qualcosa di dolce?” insisté la formica
“D’accordo!” disse la lettera, frusciando di contentezza.
La formica prese la penna e scrisse qualcosa di dolce in cima alla lettera e, dopo averci pensato un po’, anche qualcosa di caldo in fondo alla lettera. Per sé prese del miele.
La lettera crepitò e arricciò gli angoli dal gran piacere.
Stettero ancora a lungo sedute insieme. Di tanto in tanto la formica si alzava e scriveva qualcosa i lati della lettera.
All’imbrunire la lettera si congedò. Nevicava. La lettera tornò lentamente al pioppo nella neve alta, si arrampicò fino alla cima e s’infilò sotto la porta dello scoiattolo.
“Ah” disse lo scoiattolo. “Eccoti di ritorno.”
“Sì” disse la lettera, e mentre o scoiattolo stava chino su di lei, gli raccontò cosa aveva fatto a casa della formica, e infine che cosa la formica pensava di lui, lo scoiattolo.
“E poi?” chiese lo scoiattolo.
“Leggi” disse la lettera.
Lo scoiattolo la lesse, e quando ebbe finito di leggerla, le chiese se gli permetteva di metterla sotto il suo guanciale.
“D’accordo” disse la lettera.
Fuori infuriava la tempesta, la casa dello scoiattolo scricchiolava, i fiocchi di neve cadevano sempre più fitti e il mondo diventava sempre più bianco.
Ma lo scoiattolo e la lettera non lo sapevano. Dormivano, sognando parole di inchiostro dolce.



Toon Tellegen, Lettere dello scoiattolo alla formica, Feltrinelli Kids 2001.

21 gennaio 2008

Vite illegali

COMUNICATO STAMPA

GRAVE PREOCCUPAZIONE PER LE ANNUNCIATE DEPORTAZIONI DI MASSA DI MIGRANTI DISPOSTE DALLE AUTORITA´ LIBICHE
LE ASSOCIAZIONI CHIEDONO CHE L´ITALIA SOSPENDA GLI ACCORDI STIPULATI CON LA LIBIA IN MATERIA DI IMMIGRAZIONE


Le associazioni ed enti di tutela del diritto d´asilo esprimono profonda preoccupazione in merito alle dichiarazioni rilasciate dal Governo di Tripoli attraverso un comunicato stampa con il quale e´ stato annunciato che tutti gli immigrati illegali, presenti sul territorio nazionale saranno espulsi senza eccezioni. Si tratterebbe, secondo una stima delle autorita´ libiche, di 2 milioni di persone, tra cui numerosi richiedenti asilo e rifugiati, provenienti in maggioranza dal Corno d´Africa, donne e minori. La condizione dei migranti irregolari, arrestati o detenuti in Libia, denunciata da diverse agenzie umanitarie, e confermate dalle testimonianze degli stranieri che giungono in Italia, e´ allarmante per cio´ che riguarda il trattamento nei centri di detenzione per migranti, particolarmente duro, e per le frequenti violenze a cui i migranti sono sottoposti. Inoltre, preoccupano le condizioni di migliaia di minori che si trovano ad altissimo rischio di violenze ed abusi, privi di qualsiasi tipo di tutela specifica.

Il Ministero dell´Interno Amato ha stipulato il 29 dicembre scorso un accordo per un pattugliamento marittimo congiunto col Ministro degli Esteri libico Abdurrahman Mohamed Shalgam. L´accordo, che rientra tra le misure di contrasto degli arrivi irregolari via mare in provenienza dalla Libia, prevede anche il trasferimento di risorse economiche al Governo di Tripoli.

In mancanza di un sistema di garanzie e di controlli sulla sorte effettiva delle persone intercettate in mare e restituite alle autorita´ libiche, gli accordi di collaborazione, il cui contenuto e i cui oneri di spesa non sono comunque mai stati resi noti, ne´ sono stati discussi in Parlamento chiamano direttamente in causa gravi responsabilita´ dell´Italia, in relazione alle violazioni dei diritti umani fondamentali che in territorio libico possono essere commesse a danno dei migranti riportati in Libia a seguito delle operazioni di pattugliamento navale e successivamente deportati verso i paesi di origine.

Per questo, chiediamo
* Al Governo italiano e all´Unione Europea di fare immediate pressioni sulla Libia affinche´ non attui l´annunciato programma di deportazioni di massa.
* Al Governo italiano di rendere noto il contenuto degli accordi ad oggi stipulati con la Libia nel settore dell´immigrazione, e i relativi costi che l´Italia ha sostenuto o che intende sostenere.
* Al Governo italiano di sospendere gli attuali accordi in ragione della evidente assoluta mancanza di garanzie sul rispetto dei diritti dei migranti in Libia.
* Al Governo italiano di rivedere la partecipazione dell´Italia al programma Frontex, che rischia di avere un impatto negativo sull´accesso alla protezione in Europa e di favorire, anche implicitamente, deportazioni di massa dalla Libia di migranti e richiedenti asilo verso aree a rischio.
* Al Governo italiano e all´Unione Europea di adoperarsi, di concerto con l´ACNUR e le associazioni di tutela dell´asilo, per un rafforzamento delle misure di protezione dei rifugiati comunque presenti in Libia.

Firmatari: ASGI, ARCI, ICS, Centro Astalli, CIR, Senza Confine, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, Save The Children, Amnesty International - Sezione Italiana.

FINE DEL COMUNICATO Roma, 18 gennaio 2008

Per ulteriori informazioni, approfondimenti e interviste:
Amnesty International Italia - Ufficio stampa
Tel. 06 4490224 - cell. 348-6974361, e-mail: press@amnesty.it

16 gennaio 2008

Cittadini

Non dubitate che un piccolo gruppo di cittadini coscienti e risoluti possa cambiare il mondo. In realtà è l'unico modo in cui è sempre successo.

Never doubt that a small group of thoughtful citizens can change the world. Indeed, it is the only thing that ever has.

Margaret Mead (1901 – 1978), antropologa culturale americana.

14 gennaio 2008

Non c'è errore

Non c'è errore
nell'amore,
non c'è errore
nel dolore,
è solo un contare le ore
che mancano alla felicità,
e perdere il conto
ogni volta.

La parola ai giurati



Care amiche e cari amici,
desideriamo segnalarvi lo spettacolo

La parola ai giurati
con Alessandro Gassman

al Teatro delle Celebrazioni
da martedì 15 gennaio a giovedi' 17 gennaio
patrocinato da Amnesty International, nell'ambito della Campagna contro la pena di morte.

Altri due appuntamenti sono collegati allo spettacolo:

- lunedi' sera, 14 gennaio, sempre al Teatro delle celebrazioni dalle ore 20.30: DIETRO LE QUINTE SUL PALCO - Alessandro Gassman incontra il pubblico per scoprire come nascono gli spettacoli (serata a ingresso libero)

- mercoledi' mattina, 16 gennaio, dalle 11.30 alle 13.30, sempre al Teatro delle Celebrazioni, si terrà un incontro aperto al pubblico e alle scuole a cui interverranno Alessandro Gassman e il responsabile dell'Ufficio Comunicazione di Amnesty Italia Riccardo Noury (ingresso libero)

In tutte queste occasioni saremo presenti con il tavolino di raccolta firme per i casi della Campagna contro la pena di morte.

per info su Amnesty o sulla Campagna: 3478619499, www.amnestybologna.it, www.amnesty.it

per info sullo spettacolo o prenotazioni: www.teatrocelebrazioni.it

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scheda dello spettacolo

ALESSANDRO GASSMAN
in
La Parola ai Giurati
di Reginald Rose
con un cast di 12 attorire
gia di Alessandro Gassman

New York 1950. E' il 15 Agosto e una giuria composta da 12 uomini di diversa estrazione sociale, età e origini sono chiusi in camera di consiglio per decidere del destino di un ragazzo ispano-americano accusato di parricidio. Devono raggiungere l'unanimità per mandarlo a morte e tutti sembrano convinti della sua colpevolezza. Tutti ad eccezione di uno che con meticolosità e intelligenza costringe gli altri giurati a ricostruire nel dettaglio i passaggi salienti del processo e, grazie a una serie di brillanti deduzioni, ne incrina le certezze, insinuando in loro il principio secondo il quale una condanna deve implicare la certezza del crimine al di là di ogni ragionevole dubbio. Fra violenti contrasti, dubbi, ripensamenti ed estenuanti discussioni, l'unanimità sarà raggiunta e alla fine l'imputato verrà dichiarato non colpevole. Da questo dramma fu tratto un celeberrimo film diretto con grande maestria da Sidney Lumet ed interpretato in modo indimenticabile da Henry Fonda.
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11 gennaio 2008

Impara a danzare


Non posso sedermi perché la mia anima danza

Il nostro ballo è mutamento di vita
Lodo la danza
Perché libera l'uomo
Dalle cose presenti
E unisce chi è isolato
Alla comunità

Lodo la danza
Che tutto chiede, tutto favorisce
Salute, lucidità di spirito
E un'anima piena di slancio

La danza vuole
Un uomo, un uomo vibrante
Nell'equilibrio di tutte le sue forze

Lodo la danza! Allora
Uomo impara a danzare
Altrimenti gli angeli del cielo
Non sapranno che farsene di te

Sant’Agostino

in volo: Ashley Roland, Daniel Ezralow, Flipper Hope and Jack Gallagher, 1993 © Lois Greenfield

28 dicembre 2007

Le città nascoste. 2.

Non è felice, la vita a Raissa. Per le strade la gente cammina torcendosi le mani, impreca ai bambini che piangono, s'appoggia ai parapetti del fiume con le tempie tra i pugni, alla mattina si sveglia da un brutto sogno e ne comincia un altro. Tra i banconi dove ci si schiaccia tutti i momenti le dita con il martello o ci si punge con l'ago, o sulle colonne di numeri tutti storti nei registri dei negozianti e dei banchieri, o davanti alle file di bicchieri vuoti sullo zinco delle bettole, meno male che le teste chine ti risparmiano dagli sguardi torvi. Dentro le case è peggio, e non occorre entrarci per saperlo: d'estate le finestre rintronano di litigi e piatti rotti.
Eppure, a Raissa, a ogni momento c'è un bambino che da una finestra ride a un cane che è saltato su una tettoia per mordere un pezzo di polenta caduto a un muratore che dall'alto dell'impalcatura ha esclamato: – Gioia mia, lasciami intingere! – a una giovane ostessa che solleva un piatto di ragù sotto la pergola, contenta di servirlo all'ombrellaio che festeggia un buon affare, un parasole di pizzo bianco comprato da una gran dama per pavoneggiarsi alle corse, innamorata d'un ufficiale che le ha sorriso nel saltare l'ultima siepe, felice lui ma più felice ancora il suo cavallo che volava sugli ostacoli vedendo volare in cielo un francolino, felice uccello liberato dalla gabbia da un pittore felice di averlo dipinto piuma per piuma picchiettato di rosso e di giallo nella miniatura di quella pagina del libro in cui il filosofo dice: «Anche a Raissa, città triste, corre un filo invisibile che allaccia un essere vivente a un altro per un attimo e si disfa, poi torna a tendersi tra punti in movimento disegnando nuove rapide figure cosicché a ogni secondo la città infelice contiene una città felice che nemmeno sa d'esistere».


da Italo Calvino, Le città invisibili, Einaudi 1972.


Buon anno, di cuore.

>La miglior scuola del Messico

Un articolo da El Mundo, sugli alunni di una scuola rurale del Chiapas che hanno ottenuto i migliori risultati del paese.

Neanche oggi sono arrivate le colazioni, così né i frijoles, né le tortillas, né le scatolette di tonno che regala il governo sono stati distribuiti e vari alunni occupano i loro banchi di legno con lo stomaco vuoto. Ma loro non mancano e decine di corpicini scuri spuntano dal verde pochi minuti prima delle otto di mattina.
Con le scarpe macchiate di fango, impeccabilmente pettinati e vestiti con pulitissimi indumenti lisi, scendono dalla sierra e occupano il loro posto, non senza aver dato prima il loro buongiorno al maestro inclinando leggermente il capo. Tutto rende difficile credere che siano i migliori alunni del Messico.
Lo ha dimostrato l'esame nazionale (ENLACE) realizzato dal Ministero dell'Educazione e al quale sono state sottoposte 85mila scuole pubbliche e private del Paese. I risultati, resi noti a settembre, hanno dimostrato che, con una media superiore al'8,5, nella parte alta della Sierra Madre del Chiapas, c'è la miglior scuola primaria del Paese. Dietro di loro, nella classifica nazionale, si situano prestigiosi e cari colleghi di Monterrey, Città del Messico e Guadalajara, con insegnamento bilingue e connessione a Internet.
Situata a tre ore da Escuintla, riferimento municipale, e a cinque dalla città di Tapachula, alla frontiera con il Guatemala, per arrivare alla scuola Francisco Villa di San Juan Panamá, bisogna pagare più del solito perché qualche conduttore avventuroso si spinga a mettere il proprio veicolo a doppia trazione su tre ore di scarpate sulle montagne.
A 1700 metri di altezza, convivendo con le nuvole, i caffé e un verde abbagliante, la rigogliosa vegetazione ha reso inservibile da tempo l'unico accesso a questa comunità di 300 persone, considerata ad "alta" marginalità dalle cifre ufficiali.
Dalla sua scuola sono però usciti i migliori risultati accademici del Paese, tra oltre otto milioni di alunni esaminati, sorprendendo tutti e dando un colpo a un modello che scommette sull'educazione informatizzata e interattiva ma paga 300 euro mensili ai propri maestri. Approfittando del premio, i 38 bambini lasciano da parte la timidezza e gridano finalmente tutto quello che vorrebbero avere, adesso che sono stati riconosciuti come i più diligenti del Paese. "Computer", "Matite nuove", "quaderni", "un parco giochi", "un gatto!" grida il più piccolo. La pace arriva quando il maestro Miguel chiede silenzio: "Adesso mi state zitti e tornate al vostro posto, per favore".
Nella classe di Miguel Rincón, artefice di questo miracolo, convivono quotidianamente tre corsi differenti di bambini di 9, 10, 11 anni, raggruppati nella stessa aula. Prima di lui, Miguel Emigdio è il professore più ricordato perché, anche se nessuno glielo aveva chiesto, decise di ampliare le lezioni al pomeriggio, elevando considerevolmente il livello dei bambini.
"Qui non ci sono macchinine, consolle o cose di questo genere... così è più facile convincerli a venire a scuola" dice Rincón. Ma anche se le avessero, a San Juan Panamá sarebbe in ogni caso molto difficile giocare alla Play Station, dato che da cinque giorni non c'è neanche l'elettricità. "Siamo molto contenti che i nostri figli stiano portando in alto tutto il Chiapas" assicura Hipólito Gómez, un orgoglioso padre che sa appena leggere, ma ne approfitta per richiedere una strada asfaltata "che non ci lasci di nuovo isolati nella stagione delle piogge".
Pensando più a suo figlio che al paesino, sua moglie insiste nel chiedere maggiori borse di studio per i bambini. E' che il caso di suo figlio Robelsi Obed è uno di quelli che più colpiscono. A 11 anni e con una media di 9,5 all'esame nazionale, Robelsi ha ottenuto il voto più alto della scuola e uno dei più alti del Paese in Lingua spagnola e Matematica. La sua famiglia vive dei sei sacchi annuali di caffé che dà la piccola milpa, terreno, che possiede vicino alla propria casa e, per compensare le carenze, riceve dal governo un aiuto mensile di 10 euro "per spingerlo a continuare i suoi studi".
Con stimolo ufficiale o senza, il destino della maggioranza di questi alunni sembra essere però nell'emigrazione negli Stati Uniti, così come succede da varie generazioni a San Juan Panamá. Estranei al proprio destino, nell'aula 38 voci ripetono all'unisono e senza errori gli strati geologici che compongono la costa terrestre. Anche se oggi non ci sono state le colazioni, il governo ha promesso che riconoscerà lo sforzo inviando uno stock di divise scolastiche.

da: http://www.elmundo.es/elmundo/2007/12/21/internacional/1198267119.html?a=7c06534aeae3239190cfd311767a6b9a&t=1198315575

grazie: a Monica e a Betti per la segnalazione

27 dicembre 2007

La festa delle luci

Io dico: la festa delle luci è pericolosa.
Gli umani fanno cose strane e cambiano odore continuamente.
Per tutta la mattina lei ha messo la carta colorata intorno alla carta bianca e nera.
Non veniva mai uguale. Per questo lo ha fatto tante volte, non e' capace. Pero' lei era contenta. Lo so perche' sorrideva e l'odore era speranza. Allora anch'io ero contento.
Poi ha parlato nella macchina della solitudine. L'odore è diventato quasi subito rabbia. Poi disperazione.
Non capisco perche' parla in quella macchina se fa cosi' male. Mi ha fatto paura.
Le ho detto: tira fuori tutte le mutande dal cassetto e buttatici sopra, cosi' non ci pensi.
Lei si è alzata, ha chiuso il cassetto e si è messa a piangere. Poi si è stesa sul divano per piangere di piu'.
Allora sono andato sulla sua pancia. Lei ha chiuso gli occhi e l'odore è diventato sonno.
La festa delle luci è molto pericolosa.

20 dicembre 2007

Sì global

CS151-2007: 19/12/2007
L’Assemblea generale dell’Onu dice sì alla moratoria globale sulla pena di morte


“Oggi è una giornata storica. Il massimo organismo della comunità internazionale, con un'ottima maggioranza, dice al mondo che della pena di morte si può fare a meno. Il percorso abolizionista acquista ora ulteriore velocità. Da domani, Amnesty International chiederà a tutti i governi di rispettare la moratoria. La risoluzione adottata questo pomeriggio è un ulteriore strumento di pressione, nelle nostre mani, per chiedere ai governi che ancora mantengono la pena di morte di avere coraggio. Come sempre, continueremo a lavorare ogni giorno per salvare vite umane in Iran, Cina, Arabia Saudita, Iraq e in quei pochi altri paesi che ancora si ostinano ad applicare la pena di morte” ha dichiarato Paolo Pobbiati, presidente della Sezione Italiana di Amnesty International.

FINE DEL COMUNICATO Roma, 19 dicembre 2007

17 dicembre 2007

Blog Compleanno!


Questo spazio ha compiuto 2 anni.
Gli auguro per il terzo che nasce
un po' di calore.

New New Jersey!

CS150-2007: 14/12/2007

Usa: il New Jersey abolisce la pena di morte.
Amnesty International: “Un segnale incoraggiante alla vigilia del voto Onu sulla moratoria”

Grazie al voto di ieri dell’Assemblea, preceduto lunedì da quello del Senato, il New Jersey ha abolito la pena di morte. La decisione dei due organi legislativi dello Stato sarà ratificata dal governatore Jon Corzine, abolizionista convinto.

Il New Jersey diventa il 14° Stato abolizionista degli Usa e il primo ad aver deciso di cancellare la pena di morte dalle leggi dopo il suo ripristino, nel 1976, ad opera della Corte suprema federale. Da quell’anno, comunque, nel New Jersey non vi erano mai state esecuzioni: l'ultima aveva avuto luogo nel 1963. Gli otto prigionieri nel braccio della morte vedranno commutata la propria pena in ergastolo. Gli ultimi Stati degli Usa ad aver abolito la pena di morte erano stati lo Iowa e il West Virginia, nel 1965.

Negli Usa è in vigore una moratoria di fatto. In attesa della decisione della Corte suprema sulla possibile incostituzionalità del metodo dell’iniezione letale, prevista la prossima primavera, da tre mesi a questa parte sono state sospese tutte le esecuzioni in programma.

“Finalmente, dopo le tre impiccagioni in Giappone e quella di un minorenne all’epoca del reato in Iran degli ultimi giorni, dal New Jersey arriva una bella notizia che infonde ottimismo in vista del voto, previsto la prossima settimana, all’Assemblea generale dell’Onu sulla moratoria” – ha dichiarato Paolo Pobbiati, presidente della Sezione Italiana di Amnesty International.

FINE DEL COMUNICATO Roma, 14 dicembre 2007

Per ulteriori informazioni, approfondimenti e interviste:
Amnesty International Italia - Ufficio stampa
Tel. 06 4490224 - cell. 348-6974361, e-mail: press@amnesty.it

11 dicembre 2007

Il gioco delle perle di vetro

Infilo nella seta pregiata le perle di vetro scadente
delle tue parole incuranti, gocce deformi e gelide
a cui il mio amore rappreso regala ogni volta un colore diverso,
e indosso come un cappio questa collana vergognosa,
che non oso guardare.

Pechino 2008

COMUNICATO STAMPA CS148-2007

OLIMPIADI E DIRITTI UMANI IN CINA:
L’APPELLO DI AMNESTY INTERNATIONAL
AL COMITATO OLIMPICO INTERNAZIONALE

In occasione della riunione del Comitato esecutivo del Comitato olimpico internazionale (Cio), in programma da oggi fino a mercoledi’ a Losanna, Amnesty International rinnova l’appello all’organismo sportivo affinche’, in vista dei Giochi olimpici di Pechino 2008, siano affrontati i problemi riguardanti i diritti umani. Analoga richiesta e’ stata inoltrata da parte della Sezione Italiana di Amnesty International al Comitato olimpico nazionale italiano (Coni).

Pur riconoscendo che la responsabilita’ di introdurre riforme nel campo dei diritti umani compete principalmente alle autorita’ cinesi, Amnesty International ritiene che il Cio possa ancora fornire un contributo significativo, usando la propria influenza per favorire un cambiamento positivo, in linea con la Carta olimpica.

Nei mesi che precederanno lo svolgimento delle Olimpiadi, Amnesty International portera’ avanti una campagna per ottenere progressi che potrebbero costituire un’eredita’ positiva delle Olimpiadi, in quattro aree specifiche:
- la pena di morte,
- la detenzione senza processo,
- la liberta’ d’informazione,
- la protezione degli attivisti per i diritti umani.

Una serie di casi recenti mettono in evidenza la necessita’ urgente di un’azione della Cina nel campo dei diritti umani:
- il 10 ottobre Wang Ling e’ stata condannata a 15 mesi di ‘rieducazione attraverso il lavoro’ per aver firmato petizioni e aver preparato striscioni, dopo che la sua abitazione era stata demolita per far posto a strutture olimpiche. E’ stata picchiata, arrestata e imprigionata in diverse occasioni. Si trova attualmente nel centro di ‘rieducazione attraverso il lavoro’ di Daxing, a Pechino.
- Yang Chunlin, arrestato il 6 luglio 2007 e da allora detenuto in isolamento per aver lanciato la petizione ‘Vogliamo i diritti umani, non le Olimpiadi’, con la quale i contadini stanno protestando per la confisca dei loro terreni. Ha dichiarato di essere stato sottoposto a una forma di tortura frequentemente utilizzata in Cina: le sue braccia e le sue gambe sono state legate ai quattro angoli del letto ed e’ stato costretto a mangiare, bere e defecare in quella posizione.
- Ye Gouzhu, attivista per il diritto alla casa, sta scontando una condanna a quattro anni di reclusione per aver chiesto il permesso di organizzare una manifestazione che intendeva richiamare l’attenzione sullo sgombero forzato di alcuni abitanti del distretto di Xuanwu, a Pechino. Anche la sua casa e il suo negozio sono stati demoliti per fare spazio a impianti olimpici. A settembre, Ye Mingjun e Ye Guoqiang, figlio e fratello di Ye Gouzhu, hanno a loro volta avviato una protesta contro le demolizioni e sono stati arrestati dalla polizia di Pechino con l’accusa di ‘incitamento alla sovversione’. Ye Mingjun e’ stato rilasciato su cauzione alla fine di ottobre, mentre Ye Guoqiang risulta ancora detenuto.

Amnesty International chiede il rilascio immediato e incondizionato di questi detenuti, un’inchiesta sulle torture che si concluda con l’incriminazione dei responsabili e l’assegnazione di un risarcimento alle vittime.

FINE DEL COMUNICATO Roma, 10 dicembre 2007
Per ulteriori informazioni sulla situazione dei diritti umani in Cina e sulla campagna ‘Pechino 2008: Olimpiadi e diritti umani in Cina’: www.amnesty.it/pechino2008
Per approfondimenti e interviste: Amnesty International Italia – Ufficio stampaTel. 06 4490224 - cell. 348-6974361, e-mail: press@amnesty.it

05 dicembre 2007

Meglio accendere una candela che maledire l'oscurità

Care amiche e cari amici,
desideriamo ricordarvi che il Gruppo di Bologna sarà presente con il tavolino di raccolta firme e le tradizionali candele di Amnesty nelle seguenti giornate di dicembre:

sabato 8 dicembre
in Piazza Ravegnana, ore 10-18.30

sabato 15 e domenica 16 dicembre (GIORNATE AMNESTY)
in Piazza Re Enzo (ex Gocce), ore 10-18.30

sabato 22 e domenica 23 dicembre
in Piazza Re Enzo (ex Gocce), ore 10-18.30


Veniteci a trovare, vi aspettiamo!

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SABATO 15 E DOMENICA 16 DICEMBRE LE “GIORNATE AMNESTY 2007”

Sabato 15 e domenica 16 dicembre 2007 si svolgeranno in tutt’Italia le “Giornate Amnesty 2007”: i volontari di Amnesty International saranno presenti in oltre un centinaio di città per distribuire materiale informativo e la tradizionale candela.

Come ogni anno, il ricavato dell’iniziativa servirà a finanziare le attività dell’organizzazione per i diritti
umani. Per poter continuare a chiedere libertà per i prigionieri di opinione, processi equi e rapidi per tutti i prigionieri politici, l’abolizione della pena di morte e la fine di torture, sparizioni ed esecuzioni extragiudiziali, Amnesty International ha bisogno del sostegno economico dei suoi iscritti e di tutti gli appartenenti alla società civile.

La campagna al centro delle “Giornate Amnesty 2007” riguarda il rispetto dei diritti umani in Cina in occasione delle Olimpiadi che si terranno nel 2008 a Pechino.

A poco meno di un anno di distanza dalle Olimpiadi, Amnesty International teme fortemente che sviluppi negativi possano compromettere o offuscare alcuni passi positivi compiuti in materia di diritti umani, come le recenti riforme del sistema di applicazione della pena di morte o l’introduzione di nuove norme sull’operato dei giornalisti stranieri in Cina. L’imprigionamento continuo di numerosi attivisti per i diritti umani e giornalisti e l’uso della sorveglianza di polizia o degli arresti domiciliari per limitarne le attività, continuano a macchiare la reputazione del governo cinese sui diritti umani, all’estero come all’interno del paese.


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Amnesty International Gruppo di Bologna
via Irma Bandiera 1/5 - 40133 Bologna
tel 051/434384 - fax 051/61453623
gr019@amnesty.it
riunioni tutti i martedì alle 21

04 dicembre 2007

Ai confini del paradiso


Incuriosita dai commenti di un amico, ieri sono andata a vedere Ai confini del paradiso, di Fatih Akin (il regista de La sposa turca). Confermo, è un piccolo capolavoro. Acuto ma delicato, toccante, con una sceneggiatura perfetta e una interpretazione da parte di Hanna Schygulla che da sola varrebbe il prezzo del biglietto. Andate a vederlo.

Binario

La roba da mangiare è arrivata presto ed era come il cibo che si trova negli aeroporti, dappertutto: nessuno è riuscito a mangiarla. Mikey ha attaccato di gran lena il piatto di patatine fritte, ma dopo un terzo ci ha rinunciato e ha cercato di darle alle fiamme; non ha funzionato, erano già bruciate.
Così abbiamo finito e siamo tornati in auto con tutti i bagagli e la macchina fotografica; abbiamo caricato tutto, siamo saliti e siamo andati in stazione, con Carl che ci ha accompagnato e noi che gli abbiamo portato via ancora un po' del suo tempo, con Waltraut tanto comprensiva e Mickey che aspettava il suo turno per mettere alla prova l'universo. Avere simili amici significa essere strappati per sempre alle fauci dello squalo e rende le piccole cose degli esseri umani ancora più miracolose delle cattedrali morte.
Così sul marciapiede dove partiva il treno avevamo marchi, franchi e dollari, abbiamo aspettato e Carl ha detto: "Telefonerò a Barbet l'ora del vostro arrivo a Parigi. E se non lo troverò cercherò di avvertire Rodin o Jardin".
"Grazie, Carl..."
Aspettando abbiamo scattato qualche foto e poi ci siamo salutati e siamo saliti, e abbiamo anche fatto i saluti dal finestrino mentre il treno partiva. Se ti importa di qualcuno, questo è uno degli avvenimenti più tristi della vita e degli esseri viventi, e il trucco migliore è fingere di essere annoiati, altrimenti può diventare imbarazzante, e poi il treno non si ferma né inverte la rotta, non là comunque, e quindi è un po' come morire lentamente, per niente bello, è meglio entrare nello scompartimento e sedersi a cercare carte geografiche e sigarette, a controllare che i bagagli non ci cadano in testa, a vedere se i braccioli si possono piegare in modo da potersi allungare, a controllare il passaporto e la stitichezza, poi pensare a come e quando riuscire a conquistarsi il primo drink.

Charles Bukowski, da Shakespeare non l'ha mai fatto, Feltrinelli 1996.

Le città continue. 2.

Se toccando terra a Trude non avessi letto il nome della città scritto a grandi lettere, avei creduto di essere arrivato nello stesso aeroporto da cui ero partito. I sobborghi che mi fecero attraversare non erano diversi da quegli altri, con le stesse case gialline e verdoline. Seguendo le stesse frecce si girava le stesse aiole delle stesse piazze. Le vie del centro mettevano in mostra mercanzie imballaggi insegne che non cambiavano in nulla. Era la prima volta che venivo a Trude, ma conoscevo già l'albergo in cui mi capitò di scendere; avevo già sentito e detto i miei dialoghi con compratori e venditori dei ferraglia; altre giornate uguali a quelle erano finite guardando attraverso gli stessi bicchieri gli stessi ombelichi che ondeggiavano.
Perché venire a Trude? mi chiedevo. E già volevo ripartire.
- Puoi riprendere il volo quando vuoi, - mi dissero, - ma arriverai a un'altra Trude, uguale punto per punto, il mondo è ricoperto da un'unica Trude che non comincia e non finisce, cambia solo il nome dell'aeroporto.


Italo Calvino, da Le città invisibili, Einaudi 1972.

03 dicembre 2007

voglio dire delle cose

sono il gatto. lei è il mio umano. lei ha detto che io posso scrivere. io scrivo.
voglio dire delle cose.
dormire è bello. dormire nella vaschetta con i fogli mentre lei lavora è più bello. lei ci ha messo il cuscino. lei è gentile quando capisce. sto vicino alla macchina del caldo che lei usa per scrivere e leggere. è molto bella. ha quadretti morbidi per sdraiarsi, massaggiano la schiena. anche a lei piace la macchina del caldo. lei la guarda tutti i giorni per tanto tempo. non si sdraia sopra, però (non sa che è bello).
delle volte lei scrive scrive scrive e non fa niente. delle volte legge e ride. delle volte legge e piange. delle volte legge e si arrabbia. questo molte volte.
io dico: gratta le unghie sul divano, dopo stai meglio. lei non capisce.
dico: anche il materasso va bene. lei non capisce.
dico: anche la poltrona va bene. lei non capisce.
lei proprio non capisce.

29 novembre 2007

Le città e la memoria. I.

Partendosi di là e andando tre giornate verso levante, l'uomo si trova a Diomira, città con sessanta cupole d'argento, statue in bronzo di tutti gli dei, vie lastricate in stagno, un teatro di cristallo, un gallo d'oro che canta ogni mattina su una torre. Tutte queste bellezze il viaggiatore già conosce per averle viste in altre città. Ma la proprietà di questa è che chi vi arriva una sera di settembre, quando le giornate s'accorciano e le lampade multicolori s'accendono tutte insieme sulle porte delle friggitorie, e da una terrazza una voce di donna grida: uh!, gli viene da invidiare quelli che ora pensano di aver già vissuto una sera uguale a questa e d'esser stati una volta felici.

Italo Calvino, da Le città invisibili, Einaudi 1972.

Extrema (ir)ratio

Vi è mai capitato di accarezzare per un istante l'idea di suicidarvi per costringere qualcuno a capire che vi sta facendo soffrire oltre il sopportabile?

28 novembre 2007

Rinascita



Lenta la superficie si incrina,
si sbriciola il guscio,
cade a terra un frammento.
Timida la vita fa capolino,
si guarda intorno,
comincia a canticchiare.
La musica riprende a scorrere...

Il diritto

Non ti strappo il coltello dalle mani,
è vero, tanto alla morte
non c'è alternativa.
Ma non per questo
hai il diritto
di uccidermi.

27 novembre 2007

Le streghe son tornate...

... e hanno pestato una grossa merda.
Hanno approfittato della prima grande trasversale manifestazione contro la violenza sulle donne per far fare, a tutte, una figura barbina in diretta nazionale e dare il destro alla stampa per parlare solo dei tafferugli e dell'intolleranza ideologica invece che dell'argomento grave e urgente che la manifestazione voleva portare all'attenzione dell'opinione pubblica e al centro dell'agenda politica.
vi ricorda qualcosa? di solito ci sono i finti black-bloc scesi dalla camionetta a recitare travestiti il personaggio del "facinoroso che non è stato isolato" per spostare l'attenzione del dibattito, invece no, questa ce la siamo fatta davvero e da sole.
compliments.
pessima idea organizzare una manifestazione per poter parlare di un problema e poi far chiudere la diretta televisiva occupando il palco e perdendo quindi la possibilità, così difficile da ottenere, di parlare a tutti e tutte. pessima idea scacciare ministre, per quanto odiose e fasciste, che potrebbero contribuire a spingere in parlamento per velocizzare l'iter della legge tanto agognata e tanto necessaria contro la violenza domestica. pessima idea inibire la partecipazione di uomini e ragazzi, perdendo la possibilità di essere il doppio in piazza a manifestare, e perdendo l'adesione ufficiale di associazioni che non possono e non vogliono discriminare gli uomini (se non altro quando fanno una cosa fatta bene). pessima idea scandire a squarciagola slogan violenti, perché... è sempre una pessima idea.
sabato sera ho pianto di rabbia davanti ai telegiornali.
le streghe hanno veramente rotto i coglioni.
propongo un servizio d'ordine alle manifestazioni per isolare le facinorose (chi l'avrebbe mai detto che sarebbe servito?). e chi scandisce slogan violenti sta a casa. STA A CASA. STA A CASA, A URLARLI NEL CESSO DI CASA SUA, PER SENTIRE L'ECO DELLA SUA VOCE E VEDERE SE RIASCOLTANDOSI CAPISCE DI AVER DETTO UNA CAZZATA.

ps: femministe, proprio voi: cercate di dire delle figate, non delle cazzate. oppure dovremo cambiare anche questo stereotipo del linguaggio - l'unico che paradossalmente ci avvantaggia - che nasce dal dominio maschile nella cultura, dove finora "figa = positivo!" "cazzo = negativo!"

26 novembre 2007

Opere di bene e fiori... di strada

"Cari amici,
come tutti gli anni il 25 novembre ricorrerà la Giornata Internazionale contro la violenza alle donne.
Come sempre accade in questi casi la Giornata sarà un occasione “istituzionale” utile a informare e sensibilizzare istituzioni e privati cittadini. In tutto il mondo si terranno numerosi incontri e convegni che speriamo servano a toccare la coscienza di quante più persone possibili.

Fiori di Strada, dal canto suo, quel giorno non parteciperà a nessun incontro. Come ormai forse sa chi ci conosce, noi frequentiamo poco la forma, quasi ne diffidiamo, in costante inseguimento, come siamo, della sostanza.

E la sostanza, sgombrando il campo da facili retoriche e ipocrisie, sono le troppe, crescenti vittime senza nome di nuova schiavitù, talmente spaventate da aver paura persino di farsi aiutare; ma sostanza sono anche le 34 ragazze e ragazzine che, con il vostro aiuto, Fiori di Strada ha sottratto alle brutalità ed efferatezze della vita in strada; sono le vittime nascoste in case protette; sono i criminali denunciati alle forze dell’ordine e all’autorità giudiziaria; sono le adolescenti ricondotte alla vecchia o ad una nuova famiglia.

Tra pochi giorni ricorrerà la Giornata Internazionale contro la violenza alle donne. E noi, come molte altre associazioni, la onoreremo in silenzio, come ogni giorno, lavorando sulle strade."

Fiori di Strada Associazione Onlus
Casella postale 2138 - 40137- Bologna
Emergenze 24 ore 392.900.800.1
Uffici 392.900.800.2
Fax 051.33.71.457
info@fioridistrada.it
www.fioridistrada.it

11 ottobre 2007

>Never is a promise

Youll never see the courage I know
Its colors richness wont appear within your view
Ill never glow - the way that you glow
Your presence dominates the judgements made on you

But as the scenery grows, I see in different lights
The shades and shadows undulate in my perception
My feelings swell and stretch; I see from greater heights
I understand what I am still too proud to mention - to you

Youll say you understand, but you dont understand
Youll say youd never give up seeing eye to eye
But never is a promise, and you cant afford to lie
Youll never touch - these things that I hold
The skin of my emotions lies beneath my own

Youll never feel the heat of this soul
My fever burns me deeper than Ive ever shown - to you
Youll say, dont fear your dreams, its easier than it seems
Youll say youd never let me fall from hopes so high
But never is a promise
and you cant afford to lie

Youll never live the life that I live
Ill never live the life that wakes me in the night
Youll never hear the message I give
Youll say it looks as though I might give up this fight

But as the scenery grows, I see in different lights
The shades and shadows undulate in my perception
My feelings swell and stretch, I see from greater heights
I realize what I am now too smart to mention - to you

Youll say you understand, youll never understand
Ill say Ill never wake up knowing how or why
I dont know what to believe in, you dont know who I am
Youll say I need appeasing when I start to cry
But never is a promise
and Ill never need a lie

Fiona Apple, Never is a promise, da Tidal, 1996

20 settembre 2007

Bestie

Abito nella zona dove vogliono fare la moschea.
Sento alla radio un breve report della riunione "di cittadini" (più qualche politico che provvedeva a buttare taniche di benzina sul fuoco) che se non ho capito male si è svolta ieri sera in una sala di quartiere. La giornalista dice che la tensione era evidente, che tra i residenti dominava l'atmosfera di preoccupazione e di paura.
Dove risiedono, mi chiedo io, questi residenti? Non lo sanno che ci vivono già tra centinaia di persone musulmane? Non accendono il cervellino per ricordarsi che "nonostante" la presenza di tutti questi musulmani, non succede mai niente di male? anzi, forse la gentilezza, la tranquillità, l'educazione delle tante persone bengalesi che abitano il quartiere alza leggermente il livello...
Non riescono a fare mente locale e a capire che la moschea non servirebbe per organizzare l'arrivo di Bin Laden (che - come sappiamo - deve far saltare in aria San Petronio, dove Maometto viene vilipeso in una affresco, ragione per cui hanno transennato i gradini della grande chiesa, misura efficacissima nel caso un aereo dirottato ci si schiantasse sopra), ma semplicemente permetterebbe di avere un luogo di culto per pregare ai ragazzi che ogni giorno gli vendono la frutta, lo scottexcasa e la sabbia del gatto?

I residenti sono spaventati, dice la giornalista. Quindi racconta che hanno preso la parola vari rappresentanti o politici, che non ho fatto in tempo a memorizzare, e poi Gianfranco Fini - considerato uomo intelligente, preparato, un "avversario" con cui ha senso confrontarsi - e pare abbia detto: "La moschea di 5000 metri quadrati non si deve fare, non faremo mai una moschea neanche di 5 metri quadrati, perché quelle BESTIE devono stare a casa loro!!!"
Ovazione dei presenti.

Poi, naturalmente, tutti hanno precisato che però non sono assolutamente razzisti. Assolutamente.

19 settembre 2007

Cosa vuoi da me?

Stasera ho visto un delizioso concerto. Samuele Bersani è un soggetto davvero particolare.
E' un piacere ascoltarlo: canta in modo sublime, e subito dopo ti disarma di nuovo con le uscite naif, tanto sagge nel contenuto quanto sconclusionate nella forma, con cui presenta le sue canzoni, con un accento romagnolo talmente mostruoso che gli vuoi bene appena apre bocca...
Vale proprio la pena andarlo a sentire, è come uscire con lui e andare a chiacchierare in pizzeria, anche se poi la musica è perfetta.
Ha fatto tutte le mie preferite, e ha chiuso il concerto con questa.


Siamo fatti come le nuvole
che nel cielo si confondono
pronti a scatenare un fulmine
ma ci divide il passaggio di un aereo.
Non so più se credere
agli amici che mi parlano di te.
Sono delle vipere
se mi dicono che adesso stai benissimo.

Cosa vuoi da me? Cosa vuoi da me?

Amore, adesso vestiti,
sto venendo lì a riprenderti
faccio quello che vuoi tu
una stanza senza la tv.
Neanche l'ombra di un telefono
parleremo a un millimetro io e te
saliremo sopra un albero
di quello che faremo, questo è il minimo.

Cosa vuoi da me? Cosa vuoi da me?

Sì lo so che sono stupido,
che bastavano due coccole
Che sei anche un'altra cosa da me
Non un nemico da combattere.
Sì, per me che sono libero
ma c'è anche il lato comico con te
io sarò davvero libero
confondendomi con te nel cielo limpido.

Cosa vuoi da me? Cosa vuoi da me?

Siamo fatti come nuvole
che nel cielo si confondono
fino a quando arriva il vento dell'est
inevitabilmente si dividono.

Cosa vuoi da me? Cosa vuoi da me?

Cosa vuoi dimmi ma che cosa
Io non so cosa cerchi da me,
pensi forse che sia stupido o no?
O addirittura che ho bisogno di te.
Ma ti prego torna subito!

Samuele Bersani, Cosa vuoi da me?, da una canzone dei Waterboys

Non c'è più religione...

ABORTO: LETTERA APERTA DI PAOLO POBBIATI, PRESIDENTE DI AMNESTY INTERNATIONAL ITALIA, AL PRESIDENTE DELLA CEI, ANGELO BAGNASCO.
"MAI DETTO CHE L´ABORTO E´ UN DIRITTO UMANO, DIFENDIAMO LE DONNE CHE HANNO SUBITO VIOLENZA SESSUALE. MAI RICEVUTI NE´ SOLLECITATI FINANZIAMENTI DALLA SANTA SEDE."

"Eminenza,
ieri, in occasione dell´apertura dei lavori del Consiglio episcopale, Ella ha voluto commentare la politica adottata da Amnesty International, lo scorso mese di agosto, su alcuni specifici aspettiriguardanti l´aborto.

A questo proposito mi permetto di fare alcune considerazioni. Nonostante le numerose precisazioni e smentite che siamo stati costretti a fare nell´ultimo mese (e che, peraltro, il quotidiano "Avvenire" ha rifiutato di pubblicare, in spregio al diritto di replica), Ella ha attribuito ad Amnesty International un´affermazione mai fatta: che l´aborto sia stato da noi considerato un diritto umano.

Ieri, Ella ha voluto indicare Amnesty International tra i responsabili di una crisi morale del nostro paese, per il semplice fatto che la nostra associazione, dopo tre anni di ricerca e di missioni in paesi in cui la violenza sulle donne è tanto diffusa ed endemica quanto impunita, ha voluto prendere le difese delle migliaia e migliaia di donne che ogni anno subiscono stupri (sulle nostre strade, durante le guerre così come nei tanti Darfur che hanno luogo tra le mura domestiche) e delle migliaia e migliaia di donne che vanno in carcere o rischiano la pena di morte per aver cercato di interrompere una gravidanza a seguito di violenza sessuale o perché essa mette a rischio la loro vita o quella del nascituro. Donne derise e umiliate, cui viene negata giustizia, che vedonoi loro stupratori girare impuniti, davanti al portone di casa o a un campo profughi.

I resoconti delle nostre missioni in Darfur sono pieni di testimonianze di donne che ci raccontano che preferiscono uscire loro dalle tende, perché se lo fanno gli uomini verranno uccisi dalle squadre della morte sudanesi, mentre loro, le donne, verranno `solo´ stuprate. Insituazioni di guerra, lo stupro è diventato una vera e propria arma di distruzione di massa. Nell´ex Jugoslavia, in Ruanda e in Darfur sono tantissime le donne che sono state violentate sistematicamente perché partorissero un `figlio del nemico´.

Alla violenza devastante dello stupro, queste donne devono aggiungere quella che poi ricevono dalla comunità di origine, che spesso le considera impure o addirittura responsabili di ciò che hanno subito.Vengono isolate, allontanate, picchiate e talora uccise.

In tali condizioni, quali argomenti si possono imporre a una donna che sceglie di non portare avanti una gravidanza frutto di violenza, magari subita da quegli stessi uomini che un attimo prima hanno massacrato, davanti ai suoi occhi, il marito e i figli?

Quella che Le ho descritto è la realtà che molte missioni di ricerca di Amnesty International hanno conosciuto, nel corso della nostra campagna `Mai più violenza sulle donne´. Una realtà che ha portato due milioni di soci a scegliere di prendere una posizione. AmnestyInternational non auspica, non chiede che una donna violentata abortisca, ma se decide di farlo, vogliamo che non sia obbligata a rischiare la propria salute. Chiediamo, inoltre, che non finisca in prigione per averpreso quella decisione.

Amnesty International ha deciso di profondere il massimo impegno per eliminare le condizioni che favoriscono la violenza sessuale nei confronti di centinaia di migliaia di donne ogni anno. Come abbiamo ribadito anche nel corso del nostro Consiglio internazionale, svoltosi ad agosto in Messico, Amnesty International lavorerà per contrastare tutti quei fattori che favoriscono gravidanze indesiderate o che contribuisconoa portare una donna a scegliere di abortire. Questo è il cuore della posizione di Amnesty International, che però non trova menzione nelle Sue parole di ieri né nelle precedenti dichiarazioni di altri autorevolissimi esponenti della Chiesa Cattolica.

Infine, Le sarà probabilmente noto che Amnesty International non ha mai ricevuto, poiché a norma del suo Statuto non potrebbe mai sollecitarli né accettarli, finanziamenti dalla Santa Sede. La `sospensione´ di tali finanziamenti è tuttavia riportata oggi da alcuni organi di stampa, nel contesto delle critiche che Ella ha rivolto alla nostra associazione.

Nel massimo rispetto per il Suo ruolo e per la Sua persona, Le chiedo la disponibilità a lavorare insieme ad Amnesty International perché si pongano in essere tutte le misure necessarie, legislative ma anche di educazione e informazione sulla salute sessuale e riproduttiva, affinché si riducano al massimo i rischi di gravidanze indesiderate e, di conseguenza, si riduca l´incidenza del ricorso all´aborto.

Mi auguro, Eminenza, di ricevere una Sua cortese risposta.

Con i miei più deferenti saluti"

Paolo Pobbiati
Presidente della Sezione Italiana di Amnesty International

FINE DEL COMUNICATO
Roma, 18 settembre 2007

17 settembre 2007

>Lettera per una ragazza coraggiosa. Martedì 18 davanti al Tribunale di Bologna.

La ricevo da un mio amico, Matteo Bortolotti.
io ci sono.

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Ciao a tutti, alle amiche e agli amici. Non vi ruberò troppo tempo e mi scuso in anticipo se di questo messaggio vi arriverà più d'una copia. E' che ci tengo che arrivi a più gente possibile. Agli amici, appunto.

Circa un anno fa una ragazza è stata picchiata, violentata. Con lei, quella sera, c'erano due uomini. Uno era il suo ex-ragazzo, l'altro era un amico di questo ex-ragazzo. Dell'amico, le carte dicono che si tratta di un pregiudicato: si parla di lesioni e spaccio. E in questo caso, sono particolari che contano.

La ragazza è stata trovata per strada, a Bologna, e i poliziotti che l'hanno raccolta da terra hanno detto al giudice Zaccariello che era coperta di sangue e che urlava disperatamente. I due uomini hanno poi abbozzato strane versioni dei fatti, dopo l'arrivo dei rispettivi avvocati, uno di loro ha addirittura dichiarato di non aver visto l'amico quella sera. Alla fine, poi, se l'è rimangiata.
Le famiglie di queste persone, per difenderli dall'accusa di violenza sessuale privata, di gruppo, e di lesioni, hanno organizzato iniziative pubbliche in loro favore. Blog, concerti, qualcuno ha messo in dubbio la consensualità della ragazza... Ma di che consenso parliamo? Per far cosa? Per prendersi delle legnate? All'ospedale Sant'Orsola hanno scritto "evidenti segni di percosse al volto, al tronco e agli arti superiori ed inferiori". Cioè dappertutto.

Insomma, qualcuno qui pensa che si tratti di una guerra mediatica. Qualcuno crede che faccia davvero la differenza come si raccontano le cose, contro la famosa "evidenza dei fatti". Massì, facciamo così... avrà pensato qualcuno: offriamo birra ai passanti e gli diciamo "ehi, questo giro è offerto da tizio n°1 e tizio n°2, che sono brave persone, e non violenterebbero mai nessuno, mai mai, a meno che non glielo chiedessero, s'intende". E la famosa "evidenza dei fatti", dove sta? Sta in un viso tumefatto di donna, è un buco nero nel quale ti gettano gli schiaffi e l'umiliazione.

Be', io mi occupo per mestiere di come si raccontano le cose. E so di per certo che i fatti, stavolta, è davvero difficile rovesciarli con le parole. Perché le parole sono bugie. E se chi li usa non è sincero, allora sono soltanto uno strumento che ti prende per le viscere e ti sbatte da una parte o dall'altra. Funziona per poco, però. Perché il mondo non è sempre stupido come gli stupidi credono che sia. Io vi sfido a trovare parole più forti del corpo di una giovane donna insanguinato.

Volevo parlarvi del coraggio di questa ragazza. Del suo coraggio - che m'ha chiamato ieri, al telefono - e del coraggio della famiglia che le è stata vicino. Dell'intelligenza di queste persone. Volevo parlarvi del pudore - forse insano, velato da qualcosa di molto simile alla timidezza - che ho avuto nei mesi scorsi, restando nell'ombra, facendo sapere a chi di dovere che io c'ero. E lei è qui, adesso. Fuori dal buco nero, e io l'aspettavo.

Mi chiede di non lasciarla sola, e questa richiesta la estende a tutti voi.

Perché all'offesa e all'umiliazione subita un anno fa, allo sfregio dei blog, dei concertini, delle agiografie poggiate sulla faccia di queste persone come maschere di una rivoltante commedia dell'arte, non s'aggiunga più dell'altro. Perché lei e i suoi familiari non vengano abbandonati. I due uomini di cui vi ho parlato sono agli arresti domiciliari, scrive il GIP, per il “sussistente quadro di gravità indiziaria” e per la possibile “reiterabilità del reato”.

Martedì 18 settembre, al tribunale di Bologna (piazza Trento Trieste, 3) ci sarà l'udienza preliminare. Alle 10:00, proprio davanti al tribunale, per far compagnia a questa ragazza tanto coraggiosa, io sarò là.
Ci saranno diverse organizzazioni per la difesa dei diritti delle donne e non solo.
Ci saranno molti amici di questa ragazza.
Smettiamola di dare per scontato che siamo un Paese civile.
Cominciamo a fare il Paese civile.
Vi aspettiamo.

Matteo Bortolotti
http://www.matteobortolotti.it/

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appuntamento confermato e ribadito dalla Rete delle Donne
su http://www.women.it/
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16 settembre 2007

Il dio delle piccole cose

Ieri notte sono andata a dormire incazzata e stanca. Confidavo in un sonno ristoratore, nella notte che porta consiglio e tutte quelle balle lì. Mi sono svegliata stamattina stanca e incazzata più di ieri, avvelenata direi. In cuor mio ho mandato segretamente affanculo tutte le scuole di pensiero positivo, dalla saggezza popolare alla New Age. Come buongiorno non c'è male.

Oggi però devo lavorare, quindi non posso ricorrere alla madre di tutti i rimedi, cioè girarmi dall'altra parte e rimettermi a dormire, così cerco di non lasciarmi andare e di dare una parvenza di efficienza alla mia giornata (ci provo ogni volta, deve essere per questo che poi mi ritrovo incazzata e stanca). Perciò ingerisco una serie di integratori bio-psico-linfo-gastro-utero-coadiuvanti, benefici e naturali - operazione che lì per lì non genera altro effetto che quello di farmi sentire una tossica stile Joan Collins subito prima di scolarsi il suo primo margarita della giornata e andare a sposare l'undicesimo marito - e, per pareggiare, scendo a buttare la spazzatura, operazione che sono certa Joan Collins non fa. Devo ricaricare il cellulare, ma mi accorgo che ho lasciato su in casa il bancomat. Inanello una serie di pensieri molto molto negativi, che non sto qui a riportare.

Mi guardo intorno alla ricerca di qualcosa che sono praticamente certa di non trovare, ma, si sa, la speranza è l'ultima corda a cui ti impicchi. Bar chiusi, edicola chiusa. Nella mia città è così. La domenica mattina Bologna sembra il set di una puntata di "Ai confini della realtà", di quelle in cui il protagonista si aggira stravolto per le strade accorgendosi con terrore che la gente è immobile col braccio in aria e gli orologi sono fermi.
Tento l'ultima carta: il "bar dei vecchi" sotto al Casalone. Lo chiamo così, con un filo di spocchia che non dovrei permettermi, per via della sua frequentazione pressoché esclusiva da parte di persone di sesso maschile, quasi tutte anziane, decise a non farsi fregare dalla solitudine. Non più tardi di ieri sono passata davanti a un mega-torneo di carte all'aperto che metteva allegria solo a guardarlo.

Il bar dei vecchi è un bar di quelli veri. Non un lounge-bar, o un wine-bar. Niente happy hours, niente aperitivi trendy. E' un bar-bar. Un bar di quelli di una volta, con i clienti fissi, con le luisone che ti guardano da dietro il vetro con gli occhietti di uva passa leggermente in apprensione, fingendo indifferenza. (Per chi non ha mai letto Benni, la luisona è una brioche che a forza di stare lì ha cominciato a vivere di vita propria e, proprio perché è viva, è dotata come tutti gli esseri viventi dell'istinto di sopravvivenza, per cui riesce giorno dopo giorno a sottrarsi alle mani che si allungano sotto la teca trasparente per afferrarla.)
Fa degli orari assurdi che non ho mai capito, il bar dei vecchi: riesce a rimanere aperto più a lungo e in giornate più improbabili perfino dei negozietti dei bengalesi. Mi avvicino attraverso il prato, una bicicletta con il giornale stretto nella molla, appoggiata all'albero di fronte, mi incoraggia. E infatti è aperto, e dentro già molto animato anche se sono solo le otto e mezza di domenica mattina.
Ringrazio tra me e me il dio delle piccole cose e chiedo un caffé alla signora che praticamente vive dietro quel bancone. Mi affianca un omarello baffuto, "Fanne uno anche a me, Ivonne!". Dice proprio così, I-V-O-N-N-E, pronunciando tutte le lettere.

Finalmente so come si chiama. La signora Yvonne ha il viso sfatto di chi da tempo immemorabile comincia a lavorare quando gli altri ancora dormono, il corpo sformato abbracciato con comprensione da un vestito di maglia nero, ma è truccata con cura e ha la messa in piega a tenere alto il morale dei suoi capelli, che si intuiscono bianchi sotto la tinta biondo-Grano Dorato ("perché io valgo"). Yvonne ha la voce profonda e roca di chi ha passato una vita a sgolarsi in una stanza rumorosa e densa di fumo, e lo sguardo di un mercenario che è andato e tornato dalla Legione Straniera. Mi sono interrogata spesso su quello sguardo e sulla vita che custodisce.
Lei si volta e mette sotto alla macchina del caffé due tazzine di vetro, una per me e una per l'omarello baffuto. Poi, ancora appoggiata alla manopola, mentre il caffé diligentemente scende, con un gesto stanco gira giusto il viso verso di me e mi allarga un sorriso, lento e sincero.

Rispondo al suo sorriso, bevo, pago. Prendo da portare via anche una brioche salata, che, come al solito, non sa di niente - deve trattarsi di una forma di mimetismo, come quegli insetti che assumono il colore di un rametto o di un sasso perché non hanno nessun altro modo di difendersi dai loro predatori. Saluto la signora Yvonne e, fendendo la piccola folla canuta e vociante che discute, ride e fuma sulle seggioline di plastica all'esterno, mi avvio verso casa per cominciare la giornata, meno incazzata e meno stanca.

15 settembre 2007

Darwin e il vino rosso

Stasera tornando a casa in bicicletta, mentre cercavo di salvare le piume nel buio nottoso tra automobili sfreccianti e offensive, mi sono ritrovata a meditare sui seguenti quesiti marzulli (aiutata molto, devo ammettere, da tre o quattro bicchieri di vino rosso siciliano contro tutte le mafie):

nella vita è più intelligente adattarsi o non adattarsi?

fino a che punto l'identità è una bussola e quando invece diventa un intralcio?

quello che sono davvero coincide necessariamente con ciò che sono sempre stato? e ciò che sono sempre stato è qualcosa che mi aiuta a non impazzire o è proprio quello che mi farà impazzire?

bisogna essere duri senza perdere la tenerezza?

dove finisce darwin e comincia emilio fede? o emilio fede è un perfetto esempio di adattamento darwiniano?


io... delle volte ho deciso di adattarmi, delle volte no. di alcune di quelle volte-no sono anche molto fiera, anche se le conseguenze sono state pesanti. ma non c'è merito, almeno nel mio caso non tanto: forse, in realtà, quando non ci si adatta è più che altro perché non si può proprio fare diversamente.

su altre volte-no e volte-sì, invece, mi tormentano grandi rimorsi e rimpianti, inutili come solo i rimorsi e i rimpianti sanno essere.

allora? è più intelligente adattarsi o non adattarsi?
come sempre dipende, ovviamente... e purtroppo. purtroppo, sì, perché - ho concluso - la cosa veramente difficile della vita è prendere definitivamente atto del fatto che non ci sono regole assolute e definitive, e non impazzire.

rimandata a domani ogni altra considerazione più articolata sull'argomento, lunga vita al vino rosso contro tutte le mafie.



Tata


mi abuela
ha trascorso
gli ultimi venticinque anni
in questo grande magazzino
chiamato america
Ha ottantacinque anni
e non conosce
una parola d'inglese

Quando si dice l'intelligenza



nonna: Pedro Pietri, da "Scarafaggi metropolitani e altre poesie"
vino: www.liberaterra.it

13 settembre 2007

Non un sorriso, ma

Poco fa,
all'improvviso,
ho visto sul mio viso
non un sorriso
ma
la sua possibilità.
Speriamo bene, chissà.

11 giugno 2007

La farfalla e i generali





















di Marina Montagna (dalla ML Burma News)



Forse in Italia non molti sanno chi è Aung San Suu Kyi, la “farfalla d’acciaio” birmana, come la chiamano quelli che la amano per la sua straordinaria forza interiore celata dietro un aspetto fragile e gentile. Certo nel 1991 Aung San Suu Kyi ha vinto il premio Nobel per la pace ma sul palcoscenico della storia i riflettori sono puntati su quanti detengono il potere – politico, economico, finanziario o militare - e possono decidere le sorti di interi popoli, non su quanti senza clamore, giorno dopo giorno, si battono per la democrazia e per la libertà, mettendo in gioco la propria vita e rischiando di perderla. Non eroi ma uomini e donne normali, spesso sconosciuti, ancora più spesso ridotti al silenzio da regimi brutali che non esitano a calpestare i più elementari diritti umani e a reprimere con la violenza ogni tentativo di ribellione e di cambiamento dello status quo. Aung San Suu Kyi è sicuramente una di questi. Nata a Rangoon nel 1945, pur essendo figlia di uno dei principali artefici dell'indipendenza birmana assassinato nel 1947, inizialmente non sembra aver ereditato una particolare vocazione politica in senso stretto. Infatti, dopo aver lavorato per alcuni anni presso la segreteria delle Nazioni unite a New York, nel 1972 sposa uno studioso inglese, Michael Aris, e si trasferisce nel Regno Unito dove per un lungo periodo conduce una esistenza tranquilla accanto al marito e ai due figli, Alexander e Kim. Nel 1988 però la svolta: per assistere la madre gravemente malata torna in Birmania dove già dal 1962, a seguito di un colpo di stato, si era insediata al potere una giunta militare che con la nazionalizzazione delle industrie, la soppressione dei partiti politici e la proibizione del libero scambio aveva portato il Paese all'isolamento dal resto del mondo.
E proprio il
1988 è un anno drammaticamente importante per la storia birmana; a seguito della rivolta studentesca e di una feroce guerra civile causa di migliaia di morti, viene proclamata la legge marziale. Nasce allora la Lega Nazionale per la Democrazia (NLD) e Aung San Suu Kyi ne diventa il leader e il Segretario generale.
Nonostante l'insuccesso dell'insurrezione popolare, spietatamente soffocata nel sangue, le proteste del
1988 aprono la strada per libere elezioni che si tengono, per la prima volta in 30 anni, nel 1990. Intellettuali, operai e masse di contadini oppressi e affamati intravedono finalmente una speranza di rinascita per quella terra - un tempo ricca, colta e tollerante - sprofondata nella miseria e nella dittatura. Il NLD, guidato da Aung San Suu Kyi, trionfa alle elezioni generali assicurandosi l'82% dei voti ma la giunta militare si rifiuta di cedere il potere ed arresta Aung San Suu Kyi, che stante ai risultati delle urne dovrebbe ricoprire la carica di legittimo Presidente della Birmania, e altri componenti dell'NLD.
Inizia così la estenuante detenzione di Aung San Suu Kyi: rimessa in libertà nel 1995, viene nuovamente arrestata nel 2000, riliberata nel 2002 e nuovamente arrestata nel 2003. Da allora Aung San Suu Kyi si trova agli arresti domiciliari, senza alcun contatto con il mondo esterno. Quando nel 1999 il prof. Michael Aris si ammala di cancro la giunta militare gli impedisce di entrare in Birmania per incontrare Aung San Suun Kyi ma concede a quest'ultima la possibilità di lasciare il Paese, costringendola a fare una scelta lacerante: accettare l’esilio pur di rivedere il marito che si andava spegnendo, divorato da un male dal quale non aveva scampo, o restare in patria per continuare tenacemente la battaglia non violenta per la libertà del suo popolo. Aung San Suu Kyi decide di rimanere. Il prof. Aris morirà così lontano dalla moglie, fedele alla promessa, fattale prima del matrimonio, di non frapporsi mai tra lei e i suoi ideali.
E' importante sottolineare che Aung San Suu Kyi non è accusata di alcun crimine, di alcun reato ma le leggi vigenti in Birmania consentono di condannare – arbitrariamente, senza preventivo giudizio - alla detenzione fino a cinque anni, ulteriormente prorogabili di anno in anno, anche chi è solo genericamente considerato pericoloso “per la sicurezza e la sovranità dello Stato”.
Oggi in Birmania, sono migliaia i prigionieri “politici” che dopo essere stati sottoposti a maltrattamenti e torture, ove quest’ultime non abbiano avuto esiti mortali, vengono lasciati in condizioni sub-umane a marcire nelle carceri, talvolta addirittura nelle celle destinate ai cani dell’esercito, perché colpevoli di aver fondato organismi studenteschi o di aver distribuito volantini o di aver partecipato a pacifiche manifestazioni di protesta o semplicemente di aver scritto un articolo o una poesia.
Basti pensare che quando nel 2000 venne pubblicato il cd degli U2 “ Is all that you can't leave behind”, contenente il brano “Walk on” dedicato a Aung San Suu Kyi, il regime non solo censurò e mise al bando il disco ma addirittura stabilì la pena della galera da tre a vent'anni per chiunque lo avesse venduto, acquistato o ascoltato.
“E se il buio dovesse dividerci / e se il tuo cuore di vetro dovesse rompersi / e se per un secondo tu dovessi voltarti indietro / oh no, sii forte. Vai avanti. Continua a camminare.”
Questi i versi di Bono che tanto in allarme misero i generali!
Oggi in Birmania, che i depliants turistici descrivono come un Paese “in cui tradizioni, arte, religione e bellezze naturali si fondono in un fascino unico al mondo”, sono illegali i telefoni cellulari e internet mentre serve una speciale autorizzazione delle autorità militari per possedere un fax, una fotocopiatrice o un'antenna satellitare.
Oggi in Birmania, nel paese dei templi da favola, della più preziosa giada e dei rubini color “sangue di piccione”, il regime, che ha concentrato nelle proprie mani tutte le ricchezze del Paese, fa sistematicamente ricorso al lavoro forzato di uomini, donne e bambini sequestrati e tenuti sotto la costante minaccia di violenze, di stupri “punitivi” e persino di morte. Come documentato dalla Commissione dell'ONU sui diritti umani e da Amnesty international nei suoi rapporti, il “lavoro forzato è stato ed tuttora utilizzato per lo sviluppo delle infrastrutture di base, come le strade, per costruire luoghi turistici come alberghi lussuosi o campi da golf. I soldati arrivano nei villaggi ed esigono che una persona per famiglia vada a lavorare. Questa non riceve né salario né cibo. Sarà uccisa se tenterà di fuggire. Bambini di nove anni sono stati costretti a lavorare in queste condizioni”.
L'area più colpita dalla violenza dei militari è quella sud-orientale; perciò ogni anno migliaia di esuli si muovono verso il confine con la
Thailandia, dove sono stati allestiti dei campi profughi. I rifugiati hanno comunque scarse possibilità di migliorare le loro condizioni di vita; la maggior parte della popolazione è estenuata da fame e malnutrizione e molti bambini per sopravvivere vengono costretti alla prostituzione. In questo stato le persone diventano facile bersaglio di malattie come malaria, epatite ed AIDS.
Nonostante tutto questo Aung San Suu Kyi non è mai caduta nella trappola dell'odio per i suoi avversari ma ha continuato la sua lotta non violenta affermando che “la vera rivoluzione è quella dello spirito” ed ha esortato il suo popolo a non arrendersi perché “non è il potere che corrompe, ma la paura. La paura di perdere il potere corrompe quelli che lo detengono. La paura della frusta, quelli che la subiscono”.
Se potessimo esprimere la nostra solidarietà ad Aung San Suu Kyi e a quanti condividono la sua stessa sorte, ci piacerebbe far nostre le parole di Bono e dire ad ognuno di loro: sii forte, vai avanti! Walk on!