Grande folla in Campidoglio per il premio Nobel, Alemanno gli conferisce la cittadinanza onoraria
Dalai Lama cittadino di Roma
"Il Tibet è vicino all'esplosione"
ROMA - "La situazione in Tibet oggi è esplosiva". Il Dalai Lama lancia un nuovo allarme sulla repressione che si sta abbattendo in queste ore sul Tetto del mondo. "Le ultime notizie che mi giungono - ha spiegato il leader tibetano ricevendo dal sindaco Gianni Alemanno la cittadinanza onoraria - mi fanno capire che in questo momento la tensione è pronta a esplodere. Ma dico ai tibetani: 'Per favore non fate confusione, restate tranquilli e in pace".
Dal 18 gennaio, la Cina ha iniziato l'operazione Strike Hard: gli arresti sarebbero già 5.766. E la polizia promette di continuare fino al 10 marzo, anniversario dell'esilio del Dalai Lama. Una data più che mai simbolica quest'anno: sarà infatti mezzo secolo che Tenzin Gyatso è dovuto fuggire dal Tibet. Le autorità cinesi temono scontri ancora più violenti di quelli che scoppiarono nel 2008.
"Abbiamo sempre continuato a dialogare con la Cina. Mai abbiamo chiesto l'indipendenza totale", ha ripetuto il leader buddista, parlando in un'aula Giulio Cesare talmente colma da mettere in crisi il protocollo. "Il Tibet ha una cultura, una religione e un ambiente diverso che possono essere conservati solo con un'autonomia vera e genuina. Oggi - ha proseguito - c'è uno straniero che governa qualcosa che non conosce. La nostra idea è favorevole alla Cina stessa. Una persona intelligente dovrebbe appoggiare il nostro approccio al problema".
Un discorso breve, durato meno di venti minuti, interrotto da applausi e qualche grido "Tibet libero". Una piccola folla si è raccolta anche in piazza del Campidoglio, davanti al grande schermo. "E' un simbolo di tolleranza e compassione" ha commentato Alemanno prima di conferirgli l'onorificenza. "Chiediamo insieme la piena autonomia del Tibet" ha aggiunto il sindaco, al quale il leader buddista ha regalato una katà, la sciarpa tradizionale.
E' stata la prima apparizione pubblica del Dalai Lama, dopo il rapido ricovero per accertamenti di dieci giorni fa. Il suo viaggio in Italia farà tappa anche a Venezia. Domattina centinaia di persone lo aspetteranno in piazza San Marco, sfidando l'acqua alta. Il Dalai Lama riceverà la cittadinanza onoraria ma vuole anche visitare la Biblioteca Marciana che custodisce il mappamondo di Fra Mauro: già 1460 citava il "Tebet". Poi nel pomeriggio volerà in Germania per ritirare un altro premio.
"Non ha nessun problema di salute, sta benissimo", conferma il suo portavoce, Tseten Samdup Chhoekyapa. Tuttavia, a 73 anni è normale cominciare a pensare alla successione. "Sto invecchiando e penso che presto dovrò andare in pensione" ha detto il Dalai Lama in Campidoglio. Una battuta. Tenzin Gyatso non vuole "dimettersi". Semplicemente, spiegano i suoi collaboratori, prima o poi sceglierà di dedicarsi esclusivamente alla "promozione dei valori umani" e al dialogo interreligioso, lasciando la leadership politica al governo in esilio a Dharamsala.
I segnali che arrivano da Pechino rimangono tutti negativi: il negoziato sul futuro del Tibet è fermo, senza incontri previsti in calendario. "Continuerò il mio sostegno per la causa tibetana ma da vecchio monaco" ha scherzato il Dalai Lama. L'ironia e l'intelligenza rimarranno sempre le sue uniche armi.
da www.repubblica.it
09 febbraio 2009
La Carta che preoccupa Pechino
A un mese e mezzo dalla sua pubblicazione Carta 08, in cinese Língbā Xiànzhāng, continua a preoccupare il governo di Pechino.
Il 10 dicembre 2008, anniversario dei sessant'anni dalla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, 300 intellettuali cinesi hanno firmato un appello al governo chiedendo più democrazia. Nel documento, che ora conta oltre duemila firmatari, (online su nybooks.com) il punto non sono i richiami alla crisi globale che minaccia anche la Cina, né le richieste di riforma radicale o gli accenni a rivolte di piazza: si tratta di un invito a riflettere sul futuro del paese.
Anche se i media ufficiali ignorano l'avvenimento, in rete rimane il tema più discusso tra blogger e cittadini. Ed è questa la maggiore preoccupazione di Pechino: la nascita di un movimento di opinione intorno alla Carta in un momento difficile per il Partito.
Il controllo di Pechino sulla Cina oggi è fondato sul successo economico e sulla crescita a due cifre del paese. Ma se l'economia rallenta (come sta accadendo in queste settimane) bloccare le proteste diventerà difficile.
Il modello che ha ispirato la Carta cinese è la più celebre (almeno per ora) Carta 77, indirizzata in quell'anno al governo cecoslovacco da intellettuali del calibro di Vaclav Havel. Come Havel anche i firmatari di Carta 08 sono stati fermati dalla polizia e interrogati a più riprese. Liu Xiabo, il leader del gruppo, rimane agli arresti.
In occidente l'importanza di Carta 08 non sembra ancora del tutto chiara. C'è chi ha strumentalizzato la vicenda per un nuovo attacco a Pechino, anche se i firmatari del documento chiedono di cambiare insieme la Cina, seguendo magari il modello di altre nazioni asiatiche come Giappone e Corea del Sud. E chi ha rispolverato una teoria che suona pericolosa: la democrazia funziona in occidente ma si adatta poco alla realtà asiatica.
da www.internazionale.it
Il 10 dicembre 2008, anniversario dei sessant'anni dalla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, 300 intellettuali cinesi hanno firmato un appello al governo chiedendo più democrazia. Nel documento, che ora conta oltre duemila firmatari, (online su nybooks.com) il punto non sono i richiami alla crisi globale che minaccia anche la Cina, né le richieste di riforma radicale o gli accenni a rivolte di piazza: si tratta di un invito a riflettere sul futuro del paese.
Anche se i media ufficiali ignorano l'avvenimento, in rete rimane il tema più discusso tra blogger e cittadini. Ed è questa la maggiore preoccupazione di Pechino: la nascita di un movimento di opinione intorno alla Carta in un momento difficile per il Partito.
Il controllo di Pechino sulla Cina oggi è fondato sul successo economico e sulla crescita a due cifre del paese. Ma se l'economia rallenta (come sta accadendo in queste settimane) bloccare le proteste diventerà difficile.
Il modello che ha ispirato la Carta cinese è la più celebre (almeno per ora) Carta 77, indirizzata in quell'anno al governo cecoslovacco da intellettuali del calibro di Vaclav Havel. Come Havel anche i firmatari di Carta 08 sono stati fermati dalla polizia e interrogati a più riprese. Liu Xiabo, il leader del gruppo, rimane agli arresti.
In occidente l'importanza di Carta 08 non sembra ancora del tutto chiara. C'è chi ha strumentalizzato la vicenda per un nuovo attacco a Pechino, anche se i firmatari del documento chiedono di cambiare insieme la Cina, seguendo magari il modello di altre nazioni asiatiche come Giappone e Corea del Sud. E chi ha rispolverato una teoria che suona pericolosa: la democrazia funziona in occidente ma si adatta poco alla realtà asiatica.
da www.internazionale.it
Violenza razzista in Russia
Tagichi, uzbechi, e poi armeni, azeri, kirghizi. Sono le vittime, almeno 86 solo nel 2008, della violenza razzista in Russia. È un fenomeno che le associazioni per la difesa dei diritti umani denunciano da anni, ma che il Cremlino ha troppo spesso trascurato.
I bersagli dell'odio di skinhead, militanti dell'ultradestra e gruppi ultraortodossi sono gli immigrati dell'Asia centrale e del Caucaso: i neri, i cërnye, la componente non slava della società russa, considerata, dopo la disgregazione dell'Urss, elemento di disturbo all'interno di un'identità nazionale aggressiva ed escludente.
Essenziali in settori come l'edilizia e il piccolo commercio, i gastarbeiter sono stati spesso il capro espiatorio di campagne di odio da parte di partiti e gruppi politici, ultimi i giovani putiniani di Molodaja Gvardia, che a dicembre hanno manifestato a Mosca per chiedere l'espulsione della metà degli stranieri dal paese.
Invocata con gran sfoggio di retorica da parte di Putin, una vera reazione da parte delle istituzioni non c'è ancora stata, anzi. A dicembre i membri di una banda responsabile della morte di venti lavoratori centrasiatici hanno ricevuto pene lievissime, mentre il Cremlino – riferisce l'agenzia Regnum.ru – si è limitato a promuovere una rivista dedicata all'immigrazione e a mettere a punto dei badge elettronici per controllare gli immigrati residenti a Mosca.
Intanto la crisi sta spingendo centinaia di migliaia di stranieri a tornare a casa, proprio mentre – ironia della sorte – sono sempre di più i giovani laureati russi che scelgono di lasciare il paese per andare a lavorare in occidente. Secondo il quindicinale Novaya Gazeta, negli ultimi anni sono stati non meno di 450mila: un'emorragia gravissima per un paese che cerca di uscire da una complessa crisi politica ed economica.
da www.internazionale.it
I bersagli dell'odio di skinhead, militanti dell'ultradestra e gruppi ultraortodossi sono gli immigrati dell'Asia centrale e del Caucaso: i neri, i cërnye, la componente non slava della società russa, considerata, dopo la disgregazione dell'Urss, elemento di disturbo all'interno di un'identità nazionale aggressiva ed escludente.
Essenziali in settori come l'edilizia e il piccolo commercio, i gastarbeiter sono stati spesso il capro espiatorio di campagne di odio da parte di partiti e gruppi politici, ultimi i giovani putiniani di Molodaja Gvardia, che a dicembre hanno manifestato a Mosca per chiedere l'espulsione della metà degli stranieri dal paese.
Invocata con gran sfoggio di retorica da parte di Putin, una vera reazione da parte delle istituzioni non c'è ancora stata, anzi. A dicembre i membri di una banda responsabile della morte di venti lavoratori centrasiatici hanno ricevuto pene lievissime, mentre il Cremlino – riferisce l'agenzia Regnum.ru – si è limitato a promuovere una rivista dedicata all'immigrazione e a mettere a punto dei badge elettronici per controllare gli immigrati residenti a Mosca.
Intanto la crisi sta spingendo centinaia di migliaia di stranieri a tornare a casa, proprio mentre – ironia della sorte – sono sempre di più i giovani laureati russi che scelgono di lasciare il paese per andare a lavorare in occidente. Secondo il quindicinale Novaya Gazeta, negli ultimi anni sono stati non meno di 450mila: un'emorragia gravissima per un paese che cerca di uscire da una complessa crisi politica ed economica.
da www.internazionale.it
Consumo, dunque sono
C'era una volta - nella fase solida della modernità - la "società dei produttori", epoca di masse, regole vincolanti e poteri politici forti. I valori che la governavano erano sicurezza, stabilità, durata nel tempo. Quel mondo si è sfaldato e oggi viviamo nella "società dei consumatori", il cui valore supremo è il diritto-obbligo alla "ricerca della felicità", una felicità istantanea e perpetua che non deriva tanto dalla soddisfazione dei desideri quanto dalla loro quantità e intensità. Eppure, dice Bauman, rispetto ai nostri antenati noi non siamo più felici: più alienati semmai, isolati, spesso vessati, prosciugati da vite frenetiche e vuote, costretti a prendere parte a una competizione grottesca per la visibilità e lo status, in una società che vive per il consumo e trasforma tutto in merce. Ma proprio tutto, anche i consumatori. Ciononostante stiamo al gioco e non ci ribelliamo, né sentiamo alcun impulso a farlo.Autore/i: Zygmunt Bauman
Editore: Laterza
Collana: I Robinson. Letture
Prezzo deastore.com (info) € 15.00
Formato: Libro in brossura
Data di pubblicazione: 2008 (2 ed.)
Disponibilità (info) 3 giorni lavorativi
ISBN: 8842084441
Editore: Laterza
Collana: I Robinson. Letture
Prezzo deastore.com (info) € 15.00
Formato: Libro in brossura
Data di pubblicazione: 2008 (2 ed.)
Disponibilità (info) 3 giorni lavorativi
ISBN: 8842084441
ISBN 13: 9788842084440
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diritti umani quindi anche tuoi,
pensa un po'
Appello mondiale per il non-refoulement
LAMPEDUSA: MIGRANTI A RISCHIO DI RIMPATRIO ILLEGALE
APPELLO MONDIALE DI AMNESTY INTERNATIONAL AL GOVERNO ITALIANO
Il Segretariato Internazionale di Amnesty International ha lanciato un appello urgente al governo italiano (disponibile su http://www.amnesty.it/ <- FIRMATE!) affinche’ ‘i migranti attualmente detenuti a Lampedusa non vengano rimpatriati forzatamente in un paese in cui possano rischiare di subire gravi violazioni dei diritti umani, in linea con gli obblighi dell’Italia in quanto stato parte della Convenzione 1951 sui Rifugiati e della Convenzione contro la tortura’.
Tutti i migranti detenuti sull'isola sono infatti a rischio di rimpatrio forzato senza la possibilita’ di opporsi al rimpatrio nell'ambito di procedure effettive di controllo giudiziario e con il rischio di un
mancato accesso alla procedura d'asilo. Qualora rimpatriati in assenza di queste garanzie, potrebbero trovarsi a rischio di subire torture e altre gravi violazioni dei diritti umani.
L’appello mondiale di Amnesty International ricorda al presidente del Consiglio Berlusconi e al ministro dell’Interno Maroni che ‘il diritto internazionale sui diritti umani e sui rifugiati obbliga l’Italia a permettere a ogni migrante di chiedere asilo attraverso procedure imparziali e soddisfacenti e a garantire protezione contro il rimpatrio in un paese in cui si troverebbe a rischio di subire gravi violazioni dei diritti umani’.
Ulteriori informazioni
Dallo scorso dicembre, oltre 1000 persone di diverse nazionalita’ sono sbarcate sull’isola siciliana di Lampedusa. Secondo dati dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), circa il 75 per cento delle
36.000 persone arrivate in Italia via mare nel 2008 ha presentato domanda d’asilo. Circa la meta’ ha ottenuto lo status di rifugiato o e’ stata comunque protetta dal rimpatrio forzato.
A gennaio il governo ha messo in atto nuove politiche secondo le quali le procedure di identificazione e di asilo vengono svolte mentre i migranti si trovano detenuti sull’isola di Lampedusa. Questa decisione ha aumentato le gia’ diffuse preoccupazioni relative all’accesso a procedure corrette e a una rappresentanza legale adeguata.
Secondo una dichiarazione del ministro dell’Interno del 23 gennaio, circa 1600 migranti, arrivati a Lampedusa nelle due settimane precedenti, erano a quella data detenuti sull’isola. Almeno 150 migranti risultano essere gia’ stati rimpatriati dal 1° gennaio. Il 28 gennaio, durante una conferenza stampa, il ministro dell’Interno ha dichiarato che, in base a un accordo stipulato tra l’Italia e la Tunisia sul rimpatrio dei migranti
irregolari, 500 migranti tunisini sarebbero stati rimpatriati nei due mesi successivi. Il 3 febbraio, inoltre, il ministero dell’Interno ha annunciato che 120 migranti irregolari sarebbero stati rimpatriati
immediatamente in Tunisia.
Il centro di detenzione in cui si trovano i migranti e’ stato costruito per accogliere 850 persone. Il 23 gennaio, l’Unhcr ha espresso preoccupazione sulle condizioni di vita nel centro di detenzione e ha chiesto alle autorita’ italiane di intraprendere tutte le azioni necessarie per affrontare la difficile situazione umanitaria in cui si
trovano i detenuti. Secondo una dichiarazione rilasciata dall’Unhcr il 9 gennaio, ‘ai richiedenti asilo deve essere permesso di sbarcare in un posto sicuro dove possano ricevere informazioni sui loro diritti e avere
una reale opportunita’ di formulare una domanda di asilo che venga valutata in base a una procedura equa. Rimandare indietro i rifugiati in paesi dove non possono ottenere un’effettiva protezione, potrebbe
rappresentare una violazione degli obblighi internazionali presi dagli stati di rispettare il principio del non-refoulement (non respingimento)’.
FINE DEL COMUNICATO - Roma, 9 febbraio 2009
APPELLO MONDIALE DI AMNESTY INTERNATIONAL AL GOVERNO ITALIANO
Il Segretariato Internazionale di Amnesty International ha lanciato un appello urgente al governo italiano (disponibile su http://www.amnesty.it/ <- FIRMATE!) affinche’ ‘i migranti attualmente detenuti a Lampedusa non vengano rimpatriati forzatamente in un paese in cui possano rischiare di subire gravi violazioni dei diritti umani, in linea con gli obblighi dell’Italia in quanto stato parte della Convenzione 1951 sui Rifugiati e della Convenzione contro la tortura’.
Tutti i migranti detenuti sull'isola sono infatti a rischio di rimpatrio forzato senza la possibilita’ di opporsi al rimpatrio nell'ambito di procedure effettive di controllo giudiziario e con il rischio di un
mancato accesso alla procedura d'asilo. Qualora rimpatriati in assenza di queste garanzie, potrebbero trovarsi a rischio di subire torture e altre gravi violazioni dei diritti umani.
L’appello mondiale di Amnesty International ricorda al presidente del Consiglio Berlusconi e al ministro dell’Interno Maroni che ‘il diritto internazionale sui diritti umani e sui rifugiati obbliga l’Italia a permettere a ogni migrante di chiedere asilo attraverso procedure imparziali e soddisfacenti e a garantire protezione contro il rimpatrio in un paese in cui si troverebbe a rischio di subire gravi violazioni dei diritti umani’.
Ulteriori informazioni
Dallo scorso dicembre, oltre 1000 persone di diverse nazionalita’ sono sbarcate sull’isola siciliana di Lampedusa. Secondo dati dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), circa il 75 per cento delle
36.000 persone arrivate in Italia via mare nel 2008 ha presentato domanda d’asilo. Circa la meta’ ha ottenuto lo status di rifugiato o e’ stata comunque protetta dal rimpatrio forzato.
A gennaio il governo ha messo in atto nuove politiche secondo le quali le procedure di identificazione e di asilo vengono svolte mentre i migranti si trovano detenuti sull’isola di Lampedusa. Questa decisione ha aumentato le gia’ diffuse preoccupazioni relative all’accesso a procedure corrette e a una rappresentanza legale adeguata.
Secondo una dichiarazione del ministro dell’Interno del 23 gennaio, circa 1600 migranti, arrivati a Lampedusa nelle due settimane precedenti, erano a quella data detenuti sull’isola. Almeno 150 migranti risultano essere gia’ stati rimpatriati dal 1° gennaio. Il 28 gennaio, durante una conferenza stampa, il ministro dell’Interno ha dichiarato che, in base a un accordo stipulato tra l’Italia e la Tunisia sul rimpatrio dei migranti
irregolari, 500 migranti tunisini sarebbero stati rimpatriati nei due mesi successivi. Il 3 febbraio, inoltre, il ministero dell’Interno ha annunciato che 120 migranti irregolari sarebbero stati rimpatriati
immediatamente in Tunisia.
Il centro di detenzione in cui si trovano i migranti e’ stato costruito per accogliere 850 persone. Il 23 gennaio, l’Unhcr ha espresso preoccupazione sulle condizioni di vita nel centro di detenzione e ha chiesto alle autorita’ italiane di intraprendere tutte le azioni necessarie per affrontare la difficile situazione umanitaria in cui si
trovano i detenuti. Secondo una dichiarazione rilasciata dall’Unhcr il 9 gennaio, ‘ai richiedenti asilo deve essere permesso di sbarcare in un posto sicuro dove possano ricevere informazioni sui loro diritti e avere
una reale opportunita’ di formulare una domanda di asilo che venga valutata in base a una procedura equa. Rimandare indietro i rifugiati in paesi dove non possono ottenere un’effettiva protezione, potrebbe
rappresentare una violazione degli obblighi internazionali presi dagli stati di rispettare il principio del non-refoulement (non respingimento)’.
FINE DEL COMUNICATO - Roma, 9 febbraio 2009
08 febbraio 2009
06 febbraio 2009
The Man I Love
03 febbraio 2009
Kozmic blues
Marie Trintignant (Boulogne-Billancourt, 21 gennaio 1962 – Vilnius, 1 agosto 2003) è stata un'attrice francese. È figlia dell'attore Jean-Louis Trintignant e della sua seconda moglie Nadine Marquand. Quando la sua giovane sorella morì a 9 anni, Marie Trintignant si chiuse in se stessa e divenne virtualmente muta. Durante la sua giovinezza era molto timida ma, malgrado questo, decise di diventare un'attrice.
Marie Trintignant è stata madre di quattro figli: Roman con il batterista Richard Kolinka; Paul con l'attore François Cluzet; Léon con Mathias Othnin-Girard; e Jules con il regista Samuel Benchetrit.
Marie Trintignant fu nominata 5 volte per il Premio César per le sue interpretazioni in:
Comme elle respire - 1999 (Miglior Attrice)
Le cousin - 1998 (Miglior Attrice Non-Protagonista)
Le cri de la soie - 1997 (Miglior Attrice)
Les Marmottes - 1994 (Miglior Attrice Non-Protagonista)
Une affaire de femmes - 1989 (Miglior Attrice Non-Protagonista)
Appare inoltre nel film noir Série noire, del 1979.
Marie Trintignant morì a causa di un edema cerebrale il 1º agosto 2003 mentre era sul set situato a Vilnius, Lituania dopo essere stata picchiata dal suo compagno, Bertrand Cantat, cantante e leader del gruppo rock francese Noir Désir, ottenebrato da alcol e stupefacenti. Bertrand Cantat è stato condannato a 8 anni di prigione per omicidio colposo.
Il 27 luglio 2003, nel corso di un litigio, picchia ripetutamente la compagna Marie Trintignant causandone la morte il 1º agosto 2003. Il fatto ha luogo a Vilnius, capitale della Lituania; Cantat viene quindi condannato dalla giustizia lituana il 29 marzo 2004 a otto anni di prigione.
Gli avvocati di Bertrand Cantat hanno fatto richiesta di trasferimento del cantante presso una prigione francese. Avendo le autorità lituane acconsentito alla richiesta nell'agosto 2004, ha avuto luogo martedì 28 settembre 2004 il trasferimento presso la prigione di Muret, nella Haute-Garonne vicino a Tolosa, dove divise la cella con Jean-Pierre Calone, in passato membro di rilievo dell'estrema destra tolonese.
Nell'ottobre 2007 il giudice per l'applicazione delle pene, Philippe Laflaquiere, decide la libertà condizionale del musicista «per gli sforzi di reinserimento sociale fatti dal condannato ed anche per le sue prospettive di reinserimento professionale».
Il 16 ottobre 2007 Bertrand Cantat esce di prigione. Per l'avvocato difensore di Bertrand Cantat, Olivier Metzner, «questa decisione consentirà al cantante di ricostruire il suo avvenire e di decidere ciò che farà sul piano artistico» anche se non è sicuro di «riprendere a cantare». Per un anno, Cantat dovrà essere seguito da uno psicologo e non potrà rilasciare interviste o testimonianze su quanto accaduto.
Marie Trintignant è sepolta nel cimitero di Père Lachaise a Parigi.
testo da http://it.wikipedia.org/wiki/Marie_Trintignant
immagini dal film "Janis et John" di Samuel Benchetrit
Marie Trintignant è stata madre di quattro figli: Roman con il batterista Richard Kolinka; Paul con l'attore François Cluzet; Léon con Mathias Othnin-Girard; e Jules con il regista Samuel Benchetrit.
Marie Trintignant fu nominata 5 volte per il Premio César per le sue interpretazioni in:
Comme elle respire - 1999 (Miglior Attrice)
Le cousin - 1998 (Miglior Attrice Non-Protagonista)
Le cri de la soie - 1997 (Miglior Attrice)
Les Marmottes - 1994 (Miglior Attrice Non-Protagonista)
Une affaire de femmes - 1989 (Miglior Attrice Non-Protagonista)
Appare inoltre nel film noir Série noire, del 1979.
Marie Trintignant morì a causa di un edema cerebrale il 1º agosto 2003 mentre era sul set situato a Vilnius, Lituania dopo essere stata picchiata dal suo compagno, Bertrand Cantat, cantante e leader del gruppo rock francese Noir Désir, ottenebrato da alcol e stupefacenti. Bertrand Cantat è stato condannato a 8 anni di prigione per omicidio colposo.
Il 27 luglio 2003, nel corso di un litigio, picchia ripetutamente la compagna Marie Trintignant causandone la morte il 1º agosto 2003. Il fatto ha luogo a Vilnius, capitale della Lituania; Cantat viene quindi condannato dalla giustizia lituana il 29 marzo 2004 a otto anni di prigione.
Gli avvocati di Bertrand Cantat hanno fatto richiesta di trasferimento del cantante presso una prigione francese. Avendo le autorità lituane acconsentito alla richiesta nell'agosto 2004, ha avuto luogo martedì 28 settembre 2004 il trasferimento presso la prigione di Muret, nella Haute-Garonne vicino a Tolosa, dove divise la cella con Jean-Pierre Calone, in passato membro di rilievo dell'estrema destra tolonese.
Nell'ottobre 2007 il giudice per l'applicazione delle pene, Philippe Laflaquiere, decide la libertà condizionale del musicista «per gli sforzi di reinserimento sociale fatti dal condannato ed anche per le sue prospettive di reinserimento professionale».
Il 16 ottobre 2007 Bertrand Cantat esce di prigione. Per l'avvocato difensore di Bertrand Cantat, Olivier Metzner, «questa decisione consentirà al cantante di ricostruire il suo avvenire e di decidere ciò che farà sul piano artistico» anche se non è sicuro di «riprendere a cantare». Per un anno, Cantat dovrà essere seguito da uno psicologo e non potrà rilasciare interviste o testimonianze su quanto accaduto.
Marie Trintignant è sepolta nel cimitero di Père Lachaise a Parigi.
testo da http://it.wikipedia.org/wiki/Marie_Trintignant
immagini dal film "Janis et John" di Samuel Benchetrit
02 febbraio 2009
Torna in Africa, bingo bongo!
bisognerebbe farne la versione italiana con un sosia di Calderoli... devo parlare all'ufficio comunicazione...
Reato di esistenza
IMMIGRAZIONE E ASILO: AMNESTY INTERNATIONAL CHIEDE AL SENATO DI DIMOSTRARE
ATTENZIONE VERSO I DIRITTI UMANI
Domani, martedi’ 3 febbraio, il Senato della Repubblica riprendera’ l’esame di diversi aspetti della futura legislazione in materia di immigrazione e asilo che, secondo la Sezione Italiana di Amnesty
International, potrebbero avere forti ripercussioni in tema di diritti umani.
Si tratta del disegno di legge cosiddetto sulla "sicurezza" (ddl n.733), parte dell’omonimo pacchetto normativo varato dal governo Berlusconi nel maggio 2008 e anticipato in diversi dei suoi contenuti dal governo
precedente, e del disegno di legge di ratifica del trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra Italia e Libia (ddl n.1333), punto di arrivo di un lungo percorso diplomatico scarsamente trasparente e poco
attento al tema dei diritti.
Il disegno di legge sulla "sicurezza" contiene restrizioni di varia natura che, se approvate, colpirebbero molti aspetti della vita quotidiana di migranti, richiedenti asilo e rifugiati. Tra le novita’, sono previsti
l’introduzione del reato di ingresso irregolare e il prolungamento fino a 18 mesi dei termini massimi di detenzione in un Centro di identificazione ed espulsione (Cie), attualmente di 60 giorni.
Come la Sezione Italiana di Amnesty International ha gia’ ricordato, la previsione di una sanzione penale per l’ingresso irregolare costituisce un metodo di contrasto la cui funzionalita’ e’ tutta da dimostrare e, d’altro
canto, puo’ dare origine a specifiche violazioni dei diritti umani, soprattutto se inserita in un complessivo abbassamento delle garanzie.
Il termine massimo di 18 mesi per la detenzione dei migranti in attesa di espulsione appare sproporzionato ed eccessivo e puo’ essere fonte di violazioni dei diritti umani relative alla legittimita’ e alle condizioni
della stessa detenzione, come la situazione attuale a Lampedusa sta purtroppo mostrando.
Per quanto riguarda il trattato bilaterale tra Italia e Libia, concluso nell’agosto scorso e ora all’esame del Senato per l’autorizzazione alla ratifica, la sua applicazione potrebbe contribuire a mettere a repentaglio
la vita e i diritti dei migranti e dei richiedenti asilo che si trovano in Libia o che li’ potrebbero essere ricacciati proprio grazie alla cooperazione tra i due paesi e all’ingente contributo economico dell’Italia alle autorita’ di Tripoli.
La Sezione Italiana di Amnesty International, insieme ad altre Organizzazioni non governative, ha chiesto al Parlamento di non autorizzare la ratifica del trattato senza l’introduzione di specifiche garanzie: in particolare, una condizione che subordini chiaramente la cooperazione dell’Italia al rispetto dei diritti umani da parte della Libia e l’introduzione di strumenti di monitoraggio indipendenti dell’attuazione del trattato.
La Sezione Italiana di Amnesty International rivolge un forte appello all’Assemblea di Palazzo Madama affinche’ mostri attenzione verso i diritti umani nell’operare le importanti scelte su cui e’ chiamata a
pronunciarsi in questi giorni.
Roma, 2 febbraio 2009
ATTENZIONE VERSO I DIRITTI UMANI
Domani, martedi’ 3 febbraio, il Senato della Repubblica riprendera’ l’esame di diversi aspetti della futura legislazione in materia di immigrazione e asilo che, secondo la Sezione Italiana di Amnesty
International, potrebbero avere forti ripercussioni in tema di diritti umani.
Si tratta del disegno di legge cosiddetto sulla "sicurezza" (ddl n.733), parte dell’omonimo pacchetto normativo varato dal governo Berlusconi nel maggio 2008 e anticipato in diversi dei suoi contenuti dal governo
precedente, e del disegno di legge di ratifica del trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra Italia e Libia (ddl n.1333), punto di arrivo di un lungo percorso diplomatico scarsamente trasparente e poco
attento al tema dei diritti.
Il disegno di legge sulla "sicurezza" contiene restrizioni di varia natura che, se approvate, colpirebbero molti aspetti della vita quotidiana di migranti, richiedenti asilo e rifugiati. Tra le novita’, sono previsti
l’introduzione del reato di ingresso irregolare e il prolungamento fino a 18 mesi dei termini massimi di detenzione in un Centro di identificazione ed espulsione (Cie), attualmente di 60 giorni.
Come la Sezione Italiana di Amnesty International ha gia’ ricordato, la previsione di una sanzione penale per l’ingresso irregolare costituisce un metodo di contrasto la cui funzionalita’ e’ tutta da dimostrare e, d’altro
canto, puo’ dare origine a specifiche violazioni dei diritti umani, soprattutto se inserita in un complessivo abbassamento delle garanzie.
Il termine massimo di 18 mesi per la detenzione dei migranti in attesa di espulsione appare sproporzionato ed eccessivo e puo’ essere fonte di violazioni dei diritti umani relative alla legittimita’ e alle condizioni
della stessa detenzione, come la situazione attuale a Lampedusa sta purtroppo mostrando.
Per quanto riguarda il trattato bilaterale tra Italia e Libia, concluso nell’agosto scorso e ora all’esame del Senato per l’autorizzazione alla ratifica, la sua applicazione potrebbe contribuire a mettere a repentaglio
la vita e i diritti dei migranti e dei richiedenti asilo che si trovano in Libia o che li’ potrebbero essere ricacciati proprio grazie alla cooperazione tra i due paesi e all’ingente contributo economico dell’Italia alle autorita’ di Tripoli.
La Sezione Italiana di Amnesty International, insieme ad altre Organizzazioni non governative, ha chiesto al Parlamento di non autorizzare la ratifica del trattato senza l’introduzione di specifiche garanzie: in particolare, una condizione che subordini chiaramente la cooperazione dell’Italia al rispetto dei diritti umani da parte della Libia e l’introduzione di strumenti di monitoraggio indipendenti dell’attuazione del trattato.
La Sezione Italiana di Amnesty International rivolge un forte appello all’Assemblea di Palazzo Madama affinche’ mostri attenzione verso i diritti umani nell’operare le importanti scelte su cui e’ chiamata a
pronunciarsi in questi giorni.
Roma, 2 febbraio 2009
Leonia
La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni: ogni mattina la popolazione si risveglia tra lenzuola fresche, si lava con saponette appena sgusciate dall'involucro, indossa vestaglie nuove fiammanti, estrae dal più perfezionato frigorifero barattoli di latta ancora intonsi, ascoltando le ultime filastrocche dall'ultimo modello di apparecchio.
Sui marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi di plastica, i resti della Leonia d'ieri aspettano il carro dello spazzaturaio. Non solo tubi di dentrifricio schiacciati, lampadine fulminate, giornali, contenitori, materiali d'imballaggio, ma anche scaldabagni, enciclopedie, pianoforti, servizi di porcellana: più che delle cose che ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l'opulenza di Leonia si misura si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove. Tanto che ci si chiede se la vera passione di Leonia sia davvero come dicono il godere delle cose nuove e diverse, o non piuttosto l'espellere, l'allontanare da sé, il mondarsi d'una ricorrente impurità. Certo è che gli spazzaturai sono accolti come angeli, e il loro compito di rimuovere i resti dell'esistenza di ieri è circondato d'un rispettoso silenzio come un rito che ispira devozione, o forse solo perché una volta buttata via la roba nessuno vuole più averci da pensare.
Dove portino ogni giorno il loro carico gli spazzaturai nessuno se lo chiede: fuori della città, certo; ma ogni anno la città si espande, e gli immondezzai devono arretrare più lontano; l'imponenza del gettito aumenta e le cataste si innalzano, si stratificano, si dispiegano su un perimetro più vasto. Aggiungi che più l'arte di Leonia eccelle nel fabbricare nuovi materiali, più la spazzatura migliora la sua sostanza, resiste al tempo, alle intemperie, a fermentazioni e combustioni. E' una fortezza di rimasugli indistruttibili che circonda Leonia, la sovrasta da ogni lato come un acrocoro di montagne.
Il risultato è questo: che più Leonia espelle roba più ne accumula; le squame del suo passato si saldano in una corazza che non si può togliere; rinnovandosi ogni giorno la città conserva tutta se stessa nella sola forma definitiva: quella delle spazzature d'ieri che s'ammucchiano sulle spazzature dell'altroieri e di tutti i suoi giorni e anni e lustri.
Il pattume di Leonia a poco a poco invaderebbe il mondo, se sullo sterminato immondezzaio non stessero premendo, al di là dell'estremo crinale, immondezzai d'altre città, che anch'esse respingono lontano da sé montagne di rifiuti. Forse il mondo intero, oltre i confini di Leonia, è ricoperto da crateri di spazzatura, ognuno con al centro una metropoli in eruzione ininterrotta. I confini tra le città estranee e nemiche sono bastioni infetti in cui i detriti dell'una e dell'altra si puntellano, si sovrastano, si mescolano.
Pù ne cresce l'altezza, più incombe il pericolo delle frane: basta che un barattolo, un vecchio pneumatico, un fiasco spagliato rotoli dalla parte di Leonia e una valanga di scarpe spaiate, calendari d'anni trascorsi, fiori secchi sommergerà la città nel proprio passato che invano tentava di respingere, mescolato con quello delle città limitrofe, finalmente monde. Un cataclisma spianerà la sordida catena montuosa, cancellerà ogni traccia della metropoli sempre vestita a nuovo.
Già dalle città vicine sono pronti coi rulli compressori per spianare il suolo, estendersi nel nuovo territorio, ingrandire se stesse, allontanare i nuovi immondezzai.
Italo Calvino, da Le città invisibili, Einaudi 1972.
Sui marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi di plastica, i resti della Leonia d'ieri aspettano il carro dello spazzaturaio. Non solo tubi di dentrifricio schiacciati, lampadine fulminate, giornali, contenitori, materiali d'imballaggio, ma anche scaldabagni, enciclopedie, pianoforti, servizi di porcellana: più che delle cose che ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l'opulenza di Leonia si misura si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove. Tanto che ci si chiede se la vera passione di Leonia sia davvero come dicono il godere delle cose nuove e diverse, o non piuttosto l'espellere, l'allontanare da sé, il mondarsi d'una ricorrente impurità. Certo è che gli spazzaturai sono accolti come angeli, e il loro compito di rimuovere i resti dell'esistenza di ieri è circondato d'un rispettoso silenzio come un rito che ispira devozione, o forse solo perché una volta buttata via la roba nessuno vuole più averci da pensare.
Dove portino ogni giorno il loro carico gli spazzaturai nessuno se lo chiede: fuori della città, certo; ma ogni anno la città si espande, e gli immondezzai devono arretrare più lontano; l'imponenza del gettito aumenta e le cataste si innalzano, si stratificano, si dispiegano su un perimetro più vasto. Aggiungi che più l'arte di Leonia eccelle nel fabbricare nuovi materiali, più la spazzatura migliora la sua sostanza, resiste al tempo, alle intemperie, a fermentazioni e combustioni. E' una fortezza di rimasugli indistruttibili che circonda Leonia, la sovrasta da ogni lato come un acrocoro di montagne.
Il risultato è questo: che più Leonia espelle roba più ne accumula; le squame del suo passato si saldano in una corazza che non si può togliere; rinnovandosi ogni giorno la città conserva tutta se stessa nella sola forma definitiva: quella delle spazzature d'ieri che s'ammucchiano sulle spazzature dell'altroieri e di tutti i suoi giorni e anni e lustri.
Il pattume di Leonia a poco a poco invaderebbe il mondo, se sullo sterminato immondezzaio non stessero premendo, al di là dell'estremo crinale, immondezzai d'altre città, che anch'esse respingono lontano da sé montagne di rifiuti. Forse il mondo intero, oltre i confini di Leonia, è ricoperto da crateri di spazzatura, ognuno con al centro una metropoli in eruzione ininterrotta. I confini tra le città estranee e nemiche sono bastioni infetti in cui i detriti dell'una e dell'altra si puntellano, si sovrastano, si mescolano.
Pù ne cresce l'altezza, più incombe il pericolo delle frane: basta che un barattolo, un vecchio pneumatico, un fiasco spagliato rotoli dalla parte di Leonia e una valanga di scarpe spaiate, calendari d'anni trascorsi, fiori secchi sommergerà la città nel proprio passato che invano tentava di respingere, mescolato con quello delle città limitrofe, finalmente monde. Un cataclisma spianerà la sordida catena montuosa, cancellerà ogni traccia della metropoli sempre vestita a nuovo.
Già dalle città vicine sono pronti coi rulli compressori per spianare il suolo, estendersi nel nuovo territorio, ingrandire se stesse, allontanare i nuovi immondezzai.
Italo Calvino, da Le città invisibili, Einaudi 1972.
Altro giro, altro regalo
L'economia consumistica prospera sul ricambio delle merci e si pensa che quanto più denaro passa di mano, tanto più essa vada a gonfie vele; e ogni volta che il denaro passa di mano alcuni beni di consumo sono inviati alla discarica. Di conseguenza, in una società di consumatori la ricerca della felicità - lo scopo maggiormente evocato e utilizzato come esca nelle campagne di marketing che mirano a incentivare i consumatori a separarsi dal proprio denaro - tende a spostare l'attenzione dal fare le cose, o appropriarsene, o accumularle, al disfarsene: ed è proprio questo ciò che occorre per far crescere il prodotto nazionale lordo. Per l'economia consumisica il vecchi baricentro - ormai in linea di massima abbandonato - equivale alla peggiore delle paure, a una situazioe cioè in cui gli acquisti vanno a rilento, vengono rinviati o si fermano del tutto. L'alternativa invece promette assai bene: un altro giro di acquisti. Il semplice impulso ad acquisire e possedere porterebbe con sé problemi futuri se non fosse sostenuto dall'impulso a scartare e a disfarsi degli oggetti. I consumatori della società consumistica devono seguire le curiose abitudini degli abitanti di Leonia, una delle città invisibli di Calvino:
[...] più che delle cose che ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l'opulenza di Leonia si misura si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove. Tanto che ci si chiede se la vera passione di Leonia sia davvero come dicono il godere delle cose nuove e diverse, o non piuttosto l'espellere, l'allontanare da sé, il mondarsi d'una ricorrente impurità.
Zygmunt Bauman, da Consumo dunque sono, Laterza 2008
[...] più che delle cose che ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l'opulenza di Leonia si misura si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove. Tanto che ci si chiede se la vera passione di Leonia sia davvero come dicono il godere delle cose nuove e diverse, o non piuttosto l'espellere, l'allontanare da sé, il mondarsi d'una ricorrente impurità.
Zygmunt Bauman, da Consumo dunque sono, Laterza 2008
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pensieri e parole
01 febbraio 2009
Bigger bang?
E' proprio per queste ragioni che la vita dell' "adesso" tende ad essere una vita "frettolosa". L'occasione unica forse contenuta in ognuno dei punti lo seguirà nella tomba, perché non avrà un'altra possibilità. (...) Poiché si è convinti che vaste distese si aprano per nuovi inizi, con un gran numero di punti il cui potenziale inesplorato di big bang non ha perso nulla del suo mistero e non è dunque stato (ancora) screditato, è ancora possibile portare in salvo la speranza dalle macerie di fini premature, o meglio di inizi abortiti.
Tuttavia, è vero che nella vita dell' "adesso"degli abitanti dell'era consumistica la motivazione a far presto risiede anche nella spinta ad acquisire e a raccogliere. Ma il bisogno più pressante che rende la fretta davvero imperiosa è la necessità di scartare e sostituire. Caricarsi di bagaglio pesante, e in particolare di quel genere di bagaglio pesante che si esita ad abbandonare per ragioni di attaccamento sentimentale o per un imprudente giuramento di fedeltà, ridurrebbe a zero le probabilità di successo. "E' inutile piangere sul latte verato" è il messaggio latente di ogni spot pubblicitario che promette una nuova opportunità di felicità. O un big bang si verifica subito, al primo tentativo e in questo momento, oppure non ha più senso adattarsi in quel determinato punto ed è tempo di lasciarselo alle spalle per pssare a un'altro punto. Ogni punto temporale, in quanto luogo per un big bang, svanisce pocco doo la sua comparsa.
Nella società dei produttori dopo una falsa partenza o un tentativo andato a vuoto il consiglio più frequente era di "riprovare, ma questa volta mettendocela tutta, con più abilità e più applicazione": non così nella società dei consumatori. In quest'ultima gli strumenti che non hanno funzionato devono essere abbandonati, anziché affinati e utilizzati di nuovo con più abilità, più dedizione e, si spera, migliore effetto. Così, quando queglio oggetti del desiderio di ieri e quei passati investimenti di speranza non mantengono le promesse non danno la soddisfazione istantanea e completa che ci si riprometteva, vanno abbandonati, e lo stesso vale per qualsiasi relazione che abbia prodotto un bang meno big del previsto. La fretta deve essere massima quando si passa in corsa da un momento fallito (passato, imminente o solo temuto) a un altro (non ancora messo alla prova) E' bene tenere a mente l'amara lezione di Faust, condannato alla fiamme eterne proprio in un momento da lui desiderato immobile ed eterno (proprio perché estremamente gradevole). (...)
Zygmunt Bauman, da Consumo dunque sono, Laterza 2008
Tuttavia, è vero che nella vita dell' "adesso"degli abitanti dell'era consumistica la motivazione a far presto risiede anche nella spinta ad acquisire e a raccogliere. Ma il bisogno più pressante che rende la fretta davvero imperiosa è la necessità di scartare e sostituire. Caricarsi di bagaglio pesante, e in particolare di quel genere di bagaglio pesante che si esita ad abbandonare per ragioni di attaccamento sentimentale o per un imprudente giuramento di fedeltà, ridurrebbe a zero le probabilità di successo. "E' inutile piangere sul latte verato" è il messaggio latente di ogni spot pubblicitario che promette una nuova opportunità di felicità. O un big bang si verifica subito, al primo tentativo e in questo momento, oppure non ha più senso adattarsi in quel determinato punto ed è tempo di lasciarselo alle spalle per pssare a un'altro punto. Ogni punto temporale, in quanto luogo per un big bang, svanisce pocco doo la sua comparsa.
Nella società dei produttori dopo una falsa partenza o un tentativo andato a vuoto il consiglio più frequente era di "riprovare, ma questa volta mettendocela tutta, con più abilità e più applicazione": non così nella società dei consumatori. In quest'ultima gli strumenti che non hanno funzionato devono essere abbandonati, anziché affinati e utilizzati di nuovo con più abilità, più dedizione e, si spera, migliore effetto. Così, quando queglio oggetti del desiderio di ieri e quei passati investimenti di speranza non mantengono le promesse non danno la soddisfazione istantanea e completa che ci si riprometteva, vanno abbandonati, e lo stesso vale per qualsiasi relazione che abbia prodotto un bang meno big del previsto. La fretta deve essere massima quando si passa in corsa da un momento fallito (passato, imminente o solo temuto) a un altro (non ancora messo alla prova) E' bene tenere a mente l'amara lezione di Faust, condannato alla fiamme eterne proprio in un momento da lui desiderato immobile ed eterno (proprio perché estremamente gradevole). (...)
Zygmunt Bauman, da Consumo dunque sono, Laterza 2008
Dio nel corridoio
Nel modo più naturale successe un evento: incontrai Dio. L'ignobile vicepresidente mi aveva ordinato una birra, pensando evidentemente di non essere grasso abbastanza. Gliel'avevo portata con gentile disgusto. Stavo uscendo dall'antro dell'obeso quando si aprì la porta dell'ufficio vicino e mi ritrovai faccia a faccia con il presidente.
Ci guardammo con reciproca stupefazione. Da parte mi era comprensibile: mi era finalmente concesso di vedere il dio della Yumimoto. Dalla sua, era meno facile da spiegare: sapeva della mia esistenza? Sembrava di sì, perché esclamò con voce di una bellezza e di una delicatezza fuori dell'ordinario:
- Lei deve essere Amélie-san!
Mi sorrise tendendomi la mano. Ero talmente sopresa che non riuscii a emettere alcun suono. Il signor Haneda era un uomo sulla cinquantina, esile e con un viso di eccezionale eleganza. Emanava da lui un'impressione di profonda bontà e armonia. Mi guardò con amabilità così autentica che quel poco di contegno che mi restava svanì.
Se e andò. Restai nel corridoio, sola, incapace di muovermi. Ma allora il presidente di quel luogo di tortura, dove ogni giorno subivo le umiliazioni più assurde, dove ero oggetto di ogni disprezzo, il padrone di quella geenna era quello splendido essere umano, quell'anima superiore!
Non ci capivo più niente. Una società guidata da un uomo di tale lampante nobiltà avrebbe dovuto essere un paradiso di raffinatezza, un luogo di rigoglio e di dolcezza. Cos'era questo mistero? Possibile che Dio regnasse sugli Inferi?
Ero ancora incantata dallo stupore quando mi arrivò la risposta che cercavo. Si aprì la porta dell'ufficio dell'enorme signor Omochi e sentii la voce dell'infame che mi urlava:
- Cosa sta facendo? Non la paghiamo mica per ciondolare nei corridoi!
Tutto chiaro: alla Yumimoto, Dio era il presidente e il vicepresidente era il Diavolo.
Amélie Nothomb, da Stupore e tremori, Guanda 2006
Ci guardammo con reciproca stupefazione. Da parte mi era comprensibile: mi era finalmente concesso di vedere il dio della Yumimoto. Dalla sua, era meno facile da spiegare: sapeva della mia esistenza? Sembrava di sì, perché esclamò con voce di una bellezza e di una delicatezza fuori dell'ordinario:
- Lei deve essere Amélie-san!
Mi sorrise tendendomi la mano. Ero talmente sopresa che non riuscii a emettere alcun suono. Il signor Haneda era un uomo sulla cinquantina, esile e con un viso di eccezionale eleganza. Emanava da lui un'impressione di profonda bontà e armonia. Mi guardò con amabilità così autentica che quel poco di contegno che mi restava svanì.
Se e andò. Restai nel corridoio, sola, incapace di muovermi. Ma allora il presidente di quel luogo di tortura, dove ogni giorno subivo le umiliazioni più assurde, dove ero oggetto di ogni disprezzo, il padrone di quella geenna era quello splendido essere umano, quell'anima superiore!
Non ci capivo più niente. Una società guidata da un uomo di tale lampante nobiltà avrebbe dovuto essere un paradiso di raffinatezza, un luogo di rigoglio e di dolcezza. Cos'era questo mistero? Possibile che Dio regnasse sugli Inferi?
Ero ancora incantata dallo stupore quando mi arrivò la risposta che cercavo. Si aprì la porta dell'ufficio dell'enorme signor Omochi e sentii la voce dell'infame che mi urlava:
- Cosa sta facendo? Non la paghiamo mica per ciondolare nei corridoi!
Tutto chiaro: alla Yumimoto, Dio era il presidente e il vicepresidente era il Diavolo.
Amélie Nothomb, da Stupore e tremori, Guanda 2006
Lavorare stanca
29 gennaio 2009
Giuramento
CAMPAGNA “DIVIETO DI SEGNALAZIONE”
SIAMO MEDICI ED INFERMIERI, NON SIAMO SPIE
dal giuramento d’Ippocrate: «Giuro di osservare il segreto su tutto ciò che mi è confidato, che vedo o che ho veduto, inteso o intuito nell'esercizio della mia professione o in ragione del mio stato»
APPELLO AI SENATORI PER RESPINGERE L'EMENDAMENTO
CHE ELIMINA IL PRINCIPIO DI NON SEGNALAZIONE ALLE AUTORITÀ
PER GLI IMMIGRATI CHE SI RIVOLGONO AD UNA STRUTTURA SANITARIA
Il 3 febbraio prossimo il Senato voterà l’emendamento 39.306 (presentato in sede di esame del DDL 733), volto a sopprimere il comma 5 dell'articolo 35 del Decreto legislativo 286/1998 (Testo unico sull'immigrazione) che sancisce il divieto di "segnalazione alle autorità" per il migrante irregolare che si rivolge ad una struttura sanitaria. Provvedimento inutile e dannoso:- spingerà verso l'invisibilità una fetta di popolazione straniera che in tal modo sfuggirà ad ogni tutela sanitaria;- incentiverà la nascita e la diffusione di percorsi sanitari ed organizzazioni sanitarie “parallele”, al di fuori dei sistemi di controllo e di verifica della sanità pubblica (gravidanze non tutelate, rischio di aborti clandestini, minori non assistiti...) - creerà condizioni di salute particolarmente gravi poiché gli stranieri non accederanno ai servizi se non in situazioni di urgenza indifferibile;- avrà ripercussioni sulla salute collettiva col rischio di diffusione di eventuali focolai di malattie trasmissibili, a causa dei ritardi negli interventi e della probabile irreperibilità dei destinatari degli interventi di prevenzione;- produrrà un significativo aumento dei costi, in quanto comunque le prestazioni di pronto soccorso dovranno essere garantite e, in ragione dei mancati interventi precedenti di terapia e di profilassi, le condizioni di arrivo presso tali strutture saranno verosimilmente più gravi e richiederanno interventi più complessi e prolungati. Le associazioni promotrici, insieme a molte altre, si appellano ai Senatori di qualunque schieramento perché sia conservato tale principio di civiltà.
Medici senza frontiere (MSF) - www.medicisenzafrontiere.it
Società italiana di medicina delle migrazioni (SIMM) - www.simmweb.it
Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione (ASGI) - www.asgi.it
Federazione nazionale dei collegi delle ostetriche (FNCO) - www.fnco.it
ADESIONE: ombretta.scattoni@rome.msf.org
informazioni: MSF, ufficio stampa: 06 4486921 - 334 6538545 - 329 9636533
SIAMO MEDICI ED INFERMIERI, NON SIAMO SPIE
dal giuramento d’Ippocrate: «Giuro di osservare il segreto su tutto ciò che mi è confidato, che vedo o che ho veduto, inteso o intuito nell'esercizio della mia professione o in ragione del mio stato»
APPELLO AI SENATORI PER RESPINGERE L'EMENDAMENTO
CHE ELIMINA IL PRINCIPIO DI NON SEGNALAZIONE ALLE AUTORITÀ
PER GLI IMMIGRATI CHE SI RIVOLGONO AD UNA STRUTTURA SANITARIA
Il 3 febbraio prossimo il Senato voterà l’emendamento 39.306 (presentato in sede di esame del DDL 733), volto a sopprimere il comma 5 dell'articolo 35 del Decreto legislativo 286/1998 (Testo unico sull'immigrazione) che sancisce il divieto di "segnalazione alle autorità" per il migrante irregolare che si rivolge ad una struttura sanitaria. Provvedimento inutile e dannoso:- spingerà verso l'invisibilità una fetta di popolazione straniera che in tal modo sfuggirà ad ogni tutela sanitaria;- incentiverà la nascita e la diffusione di percorsi sanitari ed organizzazioni sanitarie “parallele”, al di fuori dei sistemi di controllo e di verifica della sanità pubblica (gravidanze non tutelate, rischio di aborti clandestini, minori non assistiti...) - creerà condizioni di salute particolarmente gravi poiché gli stranieri non accederanno ai servizi se non in situazioni di urgenza indifferibile;- avrà ripercussioni sulla salute collettiva col rischio di diffusione di eventuali focolai di malattie trasmissibili, a causa dei ritardi negli interventi e della probabile irreperibilità dei destinatari degli interventi di prevenzione;- produrrà un significativo aumento dei costi, in quanto comunque le prestazioni di pronto soccorso dovranno essere garantite e, in ragione dei mancati interventi precedenti di terapia e di profilassi, le condizioni di arrivo presso tali strutture saranno verosimilmente più gravi e richiederanno interventi più complessi e prolungati. Le associazioni promotrici, insieme a molte altre, si appellano ai Senatori di qualunque schieramento perché sia conservato tale principio di civiltà.
Medici senza frontiere (MSF) - www.medicisenzafrontiere.it
Società italiana di medicina delle migrazioni (SIMM) - www.simmweb.it
Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione (ASGI) - www.asgi.it
Federazione nazionale dei collegi delle ostetriche (FNCO) - www.fnco.it
ADESIONE: ombretta.scattoni@rome.msf.org
informazioni: MSF, ufficio stampa: 06 4486921 - 334 6538545 - 329 9636533
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Il centro del mondo
GERUSALEMME nuova è un quartierone triste. Case monolitiche e strade larghe che ci passano in mezzo. C'è un ponte in costruzione. E' di un grande architetto contemporaneo, lo stesso che ne ha fatto uno a Venezia sollevando un sacco di polemiche. Anche qui c'è qualcuno che si fa un po' rodere. Dopo aver speso un mucchio di soldi per costruirlo il nuovo sindaco della città vuole tirarlo giù. Anche il sindaco di Roma voleva smantellare la teca dell'Ara Pacis appena costruita da un altro grande architetto. I politici sono fatti così: preferiscono l'arredamento alle grandi opere, nel senso che sono attaccati soprattutto alle poltrone.
GERUSALEMME vecchia invece è un piccolo labirinto come tutte le città antiche. Quattro quartieri ci stanno dentro. Arabo, armeno, ebraico e cristiano. Quello armeno è chiuso, c'è persino una porta che alle dieci di sera lascia fuori i ritardatari. Ci mostrano una chiave da mezzo chilo. La girano in una serratura di quattrocento anni fa. Forse sono la comunità più antica della città, forse prima non erano così. Ma sono passati novant'anni dal genocidio che li ha quasi cancellati dal mondo e da quel momento la chiave che li difende è meno simbolica di prima. Se l'armeno è quello meno visibile, il quartiere arabo è quello che si nota di più. Cupole di moschee e tetti coperti di antenne, le preghiere che scandiscono il tempo dagli altoparlanti dei minareti. E poi le strade strette coi mercati che vendono tutto dalle spezie colorate e profumate alle magliette con Bush e Bin Laden, dalle spremute di melograno alle polpette di ceci.
POI C'E' IL QUARTIERE ebraico con gli scavi che hanno tirato fuori un pezzo di strada romana. E' una storia di secoli che emerge dal sottosuolo, ma tra un mosaico e una colonna anche la guida ci deve ricordare che in questo settore gli israeliani ci sono arrivati solo quarant'anni fa dopo la guerra dei sei giorni. Da quel momento queste strade hanno incominciato a cambiare faccia. Anche fuori da Gerusalemme c'era qualcosa che stava cambiando per la guerra permanente in fazzoletto di terra che ha un effetto sul resto del pianeta. Il termometro bellico che regola la temperatura del conflitto mondiale.
POI C'E' IL QUARTIERE cristiano, c'è il Santo Sepolcro con la fila di pellegrini. Appena usciti dalla chiesa ci sta un minareto. “Non fatevi ingannare” dice la guida “la divisione dei quattro quartieri non è così netta! Non sarebbe possibile. C'è una stratificazione e un miscuglio che non si può regolare con gli accordi politici”. E come gliela spieghi ‘sta cosa ai presidenti e ai generali? Nel 638 quando Omar conquistò Gerusalemme andò dal capo bizantino al santo sepolcro, “qual è il centro del mondo?” chiese. Il cristiano gli rispose “qui dove è stato portato il corpo di Cristo”. “No” rispose Omar “è lì” e indicò un punto a poche decine di metri dove fece costruire una moschea. Solo per questo motivo la chiese non fu distrutta e le due religioni, almeno momentaneamente, convissero. Ma dov'è oggi il grande condottiero che accetta di farsi qualche metro più in là? L'uomo saggio disposto a spostare il suo centro del mondo?
di: Ascanio Celestini, "I viaggi di Repubblica", 19 dicembre 2008
http://www.ascaniocelestini.it/
GERUSALEMME vecchia invece è un piccolo labirinto come tutte le città antiche. Quattro quartieri ci stanno dentro. Arabo, armeno, ebraico e cristiano. Quello armeno è chiuso, c'è persino una porta che alle dieci di sera lascia fuori i ritardatari. Ci mostrano una chiave da mezzo chilo. La girano in una serratura di quattrocento anni fa. Forse sono la comunità più antica della città, forse prima non erano così. Ma sono passati novant'anni dal genocidio che li ha quasi cancellati dal mondo e da quel momento la chiave che li difende è meno simbolica di prima. Se l'armeno è quello meno visibile, il quartiere arabo è quello che si nota di più. Cupole di moschee e tetti coperti di antenne, le preghiere che scandiscono il tempo dagli altoparlanti dei minareti. E poi le strade strette coi mercati che vendono tutto dalle spezie colorate e profumate alle magliette con Bush e Bin Laden, dalle spremute di melograno alle polpette di ceci.
POI C'E' IL QUARTIERE ebraico con gli scavi che hanno tirato fuori un pezzo di strada romana. E' una storia di secoli che emerge dal sottosuolo, ma tra un mosaico e una colonna anche la guida ci deve ricordare che in questo settore gli israeliani ci sono arrivati solo quarant'anni fa dopo la guerra dei sei giorni. Da quel momento queste strade hanno incominciato a cambiare faccia. Anche fuori da Gerusalemme c'era qualcosa che stava cambiando per la guerra permanente in fazzoletto di terra che ha un effetto sul resto del pianeta. Il termometro bellico che regola la temperatura del conflitto mondiale.
POI C'E' IL QUARTIERE cristiano, c'è il Santo Sepolcro con la fila di pellegrini. Appena usciti dalla chiesa ci sta un minareto. “Non fatevi ingannare” dice la guida “la divisione dei quattro quartieri non è così netta! Non sarebbe possibile. C'è una stratificazione e un miscuglio che non si può regolare con gli accordi politici”. E come gliela spieghi ‘sta cosa ai presidenti e ai generali? Nel 638 quando Omar conquistò Gerusalemme andò dal capo bizantino al santo sepolcro, “qual è il centro del mondo?” chiese. Il cristiano gli rispose “qui dove è stato portato il corpo di Cristo”. “No” rispose Omar “è lì” e indicò un punto a poche decine di metri dove fece costruire una moschea. Solo per questo motivo la chiese non fu distrutta e le due religioni, almeno momentaneamente, convissero. Ma dov'è oggi il grande condottiero che accetta di farsi qualche metro più in là? L'uomo saggio disposto a spostare il suo centro del mondo?
di: Ascanio Celestini, "I viaggi di Repubblica", 19 dicembre 2008
http://www.ascaniocelestini.it/
28 gennaio 2009
Sempre più in alto!
In uno Stato pietoso...
Bolzaneto, lo Stato non vuole risarcire le vittime
G8, l´Avvocatura ricorre: nessuna provvisionale. Sconcerto tra i legali delle parti civili
GENOVA - Dopo aver chiesto ufficialmente scusa per i soprusi e le violenze commesse dai propri uomini nella caserma di Bolzaneto, lo Stato italiano si rifiuta di risarcire le vittime. Attraverso la propria Avvocatura ha infatti appellato la sentenza del luglio scorso, che condannava funzionari di polizia, agenti e guardie carcerarie a pene minime e ad un risarcimento in solido con i Ministeri di appartenenza di circa due milioni di euro.
Non e' un´istanza scontata, quella presentata nei giorni scorsi alla Corte d´Appello di Genova: c´e' la concreta possibilita' di ribaltare il verdetto scritto nelle 15 pagine depositate -, e allora perche' mettere mano al portafogli col rischio di non vedersi piu' restituire il denaro?
Una tesi clamorosa che ha provocato sconcerto e polemica tra i legali delle parti civili. A quasi otto anni dalle «torture», parola ribadita dai giudici motivando la loro decisione -, le centinaia di persone passate per il carcere del G8 attendevano almeno un anticipo sulla somma loro dovuta. Quella che tecnicamente viene definita provvisionale.
Ma lo Stato, pur riconoscendo che i no-global nel luglio 2001 subirono «vergognose vessazioni», non ci sta. Penalmente sa bene che la prescrizione tra qualche giorno cancellera' tutto. Sul piano civile, confida in un verdetto ancora migliore di quello dell´estate passata: «Il favorevole esito dell´impugnativa proposta- scrivono gli Avvocati dello Stato, Matilde Pugliaro e Giuseppe Novaresi - imporrebbe quindi un recupero di quanto indebitamente versato che, in mancanza di garanzie reali, e vista la molteplicita' dei destinatari - molti dei quali, oltretutto, residenti in differenti Stati - rischierebbe di non andare a buon fine». Vale la pena di ricordare che la provvisionale, suddivisa tra142 aventi diritto, ammonta a circa un milione di euro.
Nell´appello vengono denunciate anche la «contraddittorieta' intrinseca del dispositivo» e la «assenza di correlazione tra dispositivo e motivazione». Sei mesi fa Renato Delucchi, presidente della terza sezione del tribunale ,aveva condannato 15 dei 45 imputati a 23 anni e 9 mesi di reclusione, meno di un terzo rispetto a quanto simbolicamente chiesto dai pm PatriziaPetruzziello e Vittorio Ranieri Miniati. I giudici avevano di fatto riconosciuto l´esistenza a Bolzaneto di un "campo", ammettendo la sconfitta della giustizia italiana: costretti ad applicare le leggi a disposizione, che non disciplinano il reato di tortura, avevano escluso il dolo e l´aggravante dei "futili motivi". Alla vigilia della sentenza l´Avvocatura si era rivolta alle 252 persone passate per la "prigione temporanea": «Sentiamo il dovere di esprimere le doverose scuse, che provengono direttamente dallo Stato italiano - avevano ribadito in aula Matilde Pugliaro e Giuseppe Novaresi -. Nei giorni del G8 sono state poste le premesse perche' in un luogo carcerario si esasperasse una concezione totalitaria del rapporto tra individui». Addirittura era stato negato il "nesso organico" tra gli imputati e la pubblica amministrazione: poliziotti, carabinieri e guardie non potevano piu' essere considerati "servitori dello Stato". E lo Stato non si sentiva dunque piu' responsabile per gli atti da loro commessi. Una tesi che pero' il tribunale non aveva accolto, condannando anche i ministeri al pagamento dei danni.
da www.repubblica.it del 27 gennaio
G8, l´Avvocatura ricorre: nessuna provvisionale. Sconcerto tra i legali delle parti civili
GENOVA - Dopo aver chiesto ufficialmente scusa per i soprusi e le violenze commesse dai propri uomini nella caserma di Bolzaneto, lo Stato italiano si rifiuta di risarcire le vittime. Attraverso la propria Avvocatura ha infatti appellato la sentenza del luglio scorso, che condannava funzionari di polizia, agenti e guardie carcerarie a pene minime e ad un risarcimento in solido con i Ministeri di appartenenza di circa due milioni di euro.
Non e' un´istanza scontata, quella presentata nei giorni scorsi alla Corte d´Appello di Genova: c´e' la concreta possibilita' di ribaltare il verdetto scritto nelle 15 pagine depositate -, e allora perche' mettere mano al portafogli col rischio di non vedersi piu' restituire il denaro?
Una tesi clamorosa che ha provocato sconcerto e polemica tra i legali delle parti civili. A quasi otto anni dalle «torture», parola ribadita dai giudici motivando la loro decisione -, le centinaia di persone passate per il carcere del G8 attendevano almeno un anticipo sulla somma loro dovuta. Quella che tecnicamente viene definita provvisionale.
Ma lo Stato, pur riconoscendo che i no-global nel luglio 2001 subirono «vergognose vessazioni», non ci sta. Penalmente sa bene che la prescrizione tra qualche giorno cancellera' tutto. Sul piano civile, confida in un verdetto ancora migliore di quello dell´estate passata: «Il favorevole esito dell´impugnativa proposta- scrivono gli Avvocati dello Stato, Matilde Pugliaro e Giuseppe Novaresi - imporrebbe quindi un recupero di quanto indebitamente versato che, in mancanza di garanzie reali, e vista la molteplicita' dei destinatari - molti dei quali, oltretutto, residenti in differenti Stati - rischierebbe di non andare a buon fine». Vale la pena di ricordare che la provvisionale, suddivisa tra142 aventi diritto, ammonta a circa un milione di euro.
Nell´appello vengono denunciate anche la «contraddittorieta' intrinseca del dispositivo» e la «assenza di correlazione tra dispositivo e motivazione». Sei mesi fa Renato Delucchi, presidente della terza sezione del tribunale ,aveva condannato 15 dei 45 imputati a 23 anni e 9 mesi di reclusione, meno di un terzo rispetto a quanto simbolicamente chiesto dai pm PatriziaPetruzziello e Vittorio Ranieri Miniati. I giudici avevano di fatto riconosciuto l´esistenza a Bolzaneto di un "campo", ammettendo la sconfitta della giustizia italiana: costretti ad applicare le leggi a disposizione, che non disciplinano il reato di tortura, avevano escluso il dolo e l´aggravante dei "futili motivi". Alla vigilia della sentenza l´Avvocatura si era rivolta alle 252 persone passate per la "prigione temporanea": «Sentiamo il dovere di esprimere le doverose scuse, che provengono direttamente dallo Stato italiano - avevano ribadito in aula Matilde Pugliaro e Giuseppe Novaresi -. Nei giorni del G8 sono state poste le premesse perche' in un luogo carcerario si esasperasse una concezione totalitaria del rapporto tra individui». Addirittura era stato negato il "nesso organico" tra gli imputati e la pubblica amministrazione: poliziotti, carabinieri e guardie non potevano piu' essere considerati "servitori dello Stato". E lo Stato non si sentiva dunque piu' responsabile per gli atti da loro commessi. Una tesi che pero' il tribunale non aveva accolto, condannando anche i ministeri al pagamento dei danni.
da www.repubblica.it del 27 gennaio
Bando al clandestino!
GIORNALISTI CONTRO IL RAZZISMO - gennaio 2009
La campagna per la messa al bando della parola clandestino (e non solo quella) sta proseguendo, trovando nuovi consensi.
Fra le novità più importanti degli ultimi mesi, c'è la decisione dell'Ordine dei giornalisti dell'Emilia-Romagna, che ha approvato all'unanimità l'adesione alla campagna. E' da sperare che l'esempio sia presto seguito dagli altri ordini regionali. A questo fine, sollecitiamo chi ha già aderito a sollecitare il proprio ordine regionale affinché faccia altrettanto (i sottoscrittori della campagna sono ormai distribuiti in tutta Italia).
Fra i nuovi materiali disponibili sul sito:
- L'adesione della Regione Emilia-Romagna e la lettera inviata all'Ordine del Piemoente-Val d'Aosta da un'aderente alla campagna, Silvia Berruto http://www.giornalismi.info/mediarom/articoli/art_1461.html
- La lettera aperta scritta ai direttori dei principali telegiornali nazionali da Luigi Manconi - sociologo ed ex sottosegretario, oggi presidente dell'associazione A buon diritto - affinché aderiscano alla campagna e smettano di usare la parola clandestino nei loro notiziari http://www.giornalismi.info/mediarom/articoli/art_1460.html
- Un articolo scritto da Beatrice Montini, una delle promotrici della campagna, sulle origini, le finalità e i primi risultati di questa iniziativa http://www.giornalismi.info/mediarom/articoli/art_1459.html
- Alla luce dei fatti di Gaza e del dibattito che si è acceso attorno all'effettiva indipendenza dell'informazione, ri-segnaliamo un importante articolo del giornalista israeliano Yonatan Mendel, pubblicato qualche mese fa http://www.giornalismi.info/mediarom/articoli/art_1233.html
Segnaliamo anche una ricerca recentissima condotta dall'associazione Naga e dalla ong Cospe su "Razzismi quotidiani. La voce degli stranieri e dei media su razzismo e discriminazione" http://www.naga.it/naga_cospe.html
A presto,
Giornalisti contro il razzismo
www.giornalismi.info/mediarom
La campagna per la messa al bando della parola clandestino (e non solo quella) sta proseguendo, trovando nuovi consensi.
Fra le novità più importanti degli ultimi mesi, c'è la decisione dell'Ordine dei giornalisti dell'Emilia-Romagna, che ha approvato all'unanimità l'adesione alla campagna. E' da sperare che l'esempio sia presto seguito dagli altri ordini regionali. A questo fine, sollecitiamo chi ha già aderito a sollecitare il proprio ordine regionale affinché faccia altrettanto (i sottoscrittori della campagna sono ormai distribuiti in tutta Italia).
Fra i nuovi materiali disponibili sul sito:
- L'adesione della Regione Emilia-Romagna e la lettera inviata all'Ordine del Piemoente-Val d'Aosta da un'aderente alla campagna, Silvia Berruto http://www.giornalismi.info/mediarom/articoli/art_1461.html
- La lettera aperta scritta ai direttori dei principali telegiornali nazionali da Luigi Manconi - sociologo ed ex sottosegretario, oggi presidente dell'associazione A buon diritto - affinché aderiscano alla campagna e smettano di usare la parola clandestino nei loro notiziari http://www.giornalismi.info/mediarom/articoli/art_1460.html
- Un articolo scritto da Beatrice Montini, una delle promotrici della campagna, sulle origini, le finalità e i primi risultati di questa iniziativa http://www.giornalismi.info/mediarom/articoli/art_1459.html
- Alla luce dei fatti di Gaza e del dibattito che si è acceso attorno all'effettiva indipendenza dell'informazione, ri-segnaliamo un importante articolo del giornalista israeliano Yonatan Mendel, pubblicato qualche mese fa http://www.giornalismi.info/mediarom/articoli/art_1233.html
Segnaliamo anche una ricerca recentissima condotta dall'associazione Naga e dalla ong Cospe su "Razzismi quotidiani. La voce degli stranieri e dei media su razzismo e discriminazione" http://www.naga.it/naga_cospe.html
A presto,
Giornalisti contro il razzismo
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diritti umani quindi anche tuoi,
pensa un po'
Educare per non dimenticare
GIORNO DELLA MEMORIA: AMNESTY INTERNATIONAL, L'EDUCAZIONE AI DIRITTI UMANI COME STRUMENTO PER NON DIMENTICARE
In occasione del 64° anniversario dell'apertura dei cancelli del campo di sterminio di Auschwitz, il 27 gennaio 1945, riconosciuto come Giorno della Memoria, la Sezione Italiana di Amnesty International rivolge la propria attenzione al mondo della scuola, proponendo a studenti e docenti una serie di attivita’ educative da svolgere in classe per approfondire il tema della Shoah.
‘Consapevoli del ruolo che l’educazione ricopre nel promuovere la comprensione, la tolleranza, l'amicizia fra i popoli, le culture e le religioni, come sancito peraltro dall’art. 26 della Dichiarazione universale dei diritti umani, confermiamo e rilanciamo il nostro impegno perche’ quello che e’ stato il piu’ grave crimine contro l'umanita’ compiuto nel secolo scorso non venga dimenticato dalle nuove generazioni e, anzi, esse s’impegnino con sempre maggiore determinazione, affinche’ le parole 'mai piu’!' non vengano gridate invano in Europa cosi’ come nel resto del mondo’ – ha dichiarato Sergio Travi, presidente della Commissione educazione e formazione della Sezione Italiana di Amnesty International.
Roma, 27 gennaio 2009
Per maggiori informazioni: www.amnesty.it/scuola
In occasione del 64° anniversario dell'apertura dei cancelli del campo di sterminio di Auschwitz, il 27 gennaio 1945, riconosciuto come Giorno della Memoria, la Sezione Italiana di Amnesty International rivolge la propria attenzione al mondo della scuola, proponendo a studenti e docenti una serie di attivita’ educative da svolgere in classe per approfondire il tema della Shoah.
‘Consapevoli del ruolo che l’educazione ricopre nel promuovere la comprensione, la tolleranza, l'amicizia fra i popoli, le culture e le religioni, come sancito peraltro dall’art. 26 della Dichiarazione universale dei diritti umani, confermiamo e rilanciamo il nostro impegno perche’ quello che e’ stato il piu’ grave crimine contro l'umanita’ compiuto nel secolo scorso non venga dimenticato dalle nuove generazioni e, anzi, esse s’impegnino con sempre maggiore determinazione, affinche’ le parole 'mai piu’!' non vengano gridate invano in Europa cosi’ come nel resto del mondo’ – ha dichiarato Sergio Travi, presidente della Commissione educazione e formazione della Sezione Italiana di Amnesty International.
Roma, 27 gennaio 2009
Per maggiori informazioni: www.amnesty.it/scuola
27 gennaio 2009
Memoria
25 gennaio 2009
Una parola tutta per sé
Zdena ricominciò a infilare il cioccolato nella tasca di CKZ 114.
Non la picchiava quasi più. E' molto difficile accanirsi su una persona quando sai come si chiama.
Pannonique era diventata ancora più bella da quando aveva rivelato il suo nome. Quel gesto eclatante aveva accresciuto il suo splendore. E poi, si è sempre più belli quando si viene definiti da un termine, quando si ha una parola tutta per sé. Il linguaggio ha più a che fare con l'estetica che con la pratica. Se volendo parlare di una rosa non si disponesse di alcun vocabolo, se ogni volta si dovesse dire "la cosa che sboccia a primavera e che ha un buon profumo", l'elemento in questione sarebbe molto meno bello. E quando la parola è una parola di lusso, e cioè un nome, la sua missione è rivelare la bellezza.
Nel caso di Pannonique, mentre la sua matricola si limitava a designarla, il suo nome le stava a pennello. Se si facevano risuonare quelle tre sillabe lungo il tubo di Cratilo, si otteneva una musica che corrispondeva al suo volto.
Chi dice missione talvolta dice errore. Ci sono persone con un nome che non le rappresenta affatto. Incontri una ragazza con una faccia da Aurore e scopri che, da vent'anni, i genitori e i parenti la chiamano Bernadette. Eppure, una simile sbavatura non contraddice questa verità inflessibile: è sempre più bello avere un nome. Abitare delle sillabe che formano un tutto è una delle questioni incommensurabili della vita.
Amélie Nothomb, da Acido solforico, Guanda 2008
Non la picchiava quasi più. E' molto difficile accanirsi su una persona quando sai come si chiama.
Pannonique era diventata ancora più bella da quando aveva rivelato il suo nome. Quel gesto eclatante aveva accresciuto il suo splendore. E poi, si è sempre più belli quando si viene definiti da un termine, quando si ha una parola tutta per sé. Il linguaggio ha più a che fare con l'estetica che con la pratica. Se volendo parlare di una rosa non si disponesse di alcun vocabolo, se ogni volta si dovesse dire "la cosa che sboccia a primavera e che ha un buon profumo", l'elemento in questione sarebbe molto meno bello. E quando la parola è una parola di lusso, e cioè un nome, la sua missione è rivelare la bellezza.
Nel caso di Pannonique, mentre la sua matricola si limitava a designarla, il suo nome le stava a pennello. Se si facevano risuonare quelle tre sillabe lungo il tubo di Cratilo, si otteneva una musica che corrispondeva al suo volto.
Chi dice missione talvolta dice errore. Ci sono persone con un nome che non le rappresenta affatto. Incontri una ragazza con una faccia da Aurore e scopri che, da vent'anni, i genitori e i parenti la chiamano Bernadette. Eppure, una simile sbavatura non contraddice questa verità inflessibile: è sempre più bello avere un nome. Abitare delle sillabe che formano un tutto è una delle questioni incommensurabili della vita.
Amélie Nothomb, da Acido solforico, Guanda 2008
Il valore del proprio nome
"Il mio nome ha salvato una vita. Un nome, dunque, vale una vita. Se ciascuno di noi prende coscienza del valore del proprio nome e si comporta di conseguenza, molte esistenze verranno risparmiate."
Amélie Nothomb, da Acido solforico, Guanda 2008
Amélie Nothomb, da Acido solforico, Guanda 2008
24 gennaio 2009
23 gennaio 2009
Pedala!
Oggi (ieri ormai) ho passato la serata con il mio nipotino. Si imparano sempre un sacco di cose stando con i bimbi...
"Non si vede il paradiso se non si PEDALA!"
Galline in Fuga
"Non si vede il paradiso se non si PEDALA!"
Galline in Fuga
Fusse che fusse la volta bbona!!!
Il presidente degli Stati Uniti ha ordinato la chiusura di GuantanamoObama annuncia: mai più tortura
"Torniamo alla Costituzione"
WASHINGTON - "Mai più tortura negli Usa". Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama firma l'ordine esecutivo per la chiusura entro un anno della prigione di Guantanamo. Mantiene la promessa fatta durante il discorso di insediamento: "La sicurezza e lo stato di diritto non sono tra loro incompatibili". Affronta il sospetto che l'America torturi i presunti terroristi arrestati, e intima alla Cia e a tutte le agenzie federali impegnate nella lotta al terrorismo, di usare solo i metodi di interrogatorio così come sono stati elencati dal Pentagono dopo la scoperta degli abusi nella prigione irachena di Abu Ghraib.
In serata sono arrivate anche le nomine degli inviati speciali per il Medio Oriente, George Mitchell, e per Pakistan e Afghanistan, Richard Holbrooke. Mitchell partirà appena possibile per la regione, ha detto Obama, per garantire il rispetto della tregua tra Israele e Hamas.
"Torniamo agli standard della Costituzione". "Intendiamo tornare agli standard della Costituzione - ha detto il presidente, parlando della base americana a Cuba - anche in un momento di guerra".
La guerra al terrorismo. "Chi userà la forza contro la democrazia, sarà sconfitto", erano state le parole usate davanti ai milioni di americani e telespettatori che lo ascoltavano due giorni fa durante l'insediamento. E oggi Obama ripete convinto: "Continueremo la lotta contro la violenza e il terrorismo e lo faremo in maniera efficace, ma in modo coerente con i nostri valori e i nostri ideali".
Sarà creata una task force che avrà il compito di raccomandare al presidente, nei prossimi 30 giorni, le opzioni su dove ospitare i detenuti di Guantanamo e su come gestire in futuro la detenzione di presunti terroristi internazionali. Il presidente americano ha anche chiesto al ministero della Giustizia di riesaminare il caso di Ali al-Marri, un americano originario del Qatar che è attualmente l'unica persona designata come "combattente nemico" a trovarsi detenuta in una prigione sul suolo degli Stati Uniti.
Le nomine degli inviati speciali. Sono poi arrivate le nomine per i fronti caldi che l'amministrazione Obama dovrà affrontare: Richard Holbrooke è l'inviato speciale degli Stati Uniti in Afghanistan e Pakistan, mentre l'inviato per il Medio Oriente sarà George Mitchell.
Holbrooke è stato rappresentante permanente al Palazzo di Vetro con Bill Clinton, e la sua scelta, annunciata da Hillary Clinton, è vista come un passo importante verso il dialogo. Il nome di Holbrooke è più volte circolato per il premio Nobel per la pace negli anni Novanta. L'ex ambasciatore, che ebbe un ruolo determinante anche nella soluzione del conflitto in Bosnia, è considerato molto vicino al nuovo segretario di Stato.
Mitchell è stato fra i negoziatori della pace in Irlanda del Nord. Di origini libanesi, si è già occupato di Medio Oriente in passato ed è apprezzato sia dagli israeliani sia dai palestinesi. Oggi ha ribadito la propria convinzione che "non esiste un conflitto che non si possa chiudere, visto che a crearlo sono stati gli uomini e che può essere interrotto dagli uomini". Il suo impegno sul campo sarà immediato: "Partirà molto presto per garantire che il cessate il fuoco fra Israele e Hamas sia duraturo e sostenibile" ha annunciato Obama.
Obama: "Israele apra i valichi, stop ai missili di Hamas". Parlando in una conferenza stampa dopo le nomine degli inviati speciali, Obama ha chiesto ad Israele l'apertura dei valichi con la Striscia di Gaza per consentire l'ingresso degli aiuti, ribadendo al tempo stesso che i palestinesi devono smettere di lanciare missili contro Israele. "Hamas ha lanciato razzi per anni contro il territorio israeliano, e questo non è accettabile da parte di nessuna democrazia", ha detto. Sull'Afghanistan ha ricordato che la situazione è "pericolosa" e che "ci vorrà tempo per fare progressi".
Clinton: "Nuova era per l'America". "E' iniziata una nuova era per l'America" ha detto Hillary Clinton al personale del Dipartimento di Stato nella sua prima giornata da segretario di Stato. Dopo avere salito tra gli applausi lo scalone che porta al primo piano del palazzo, Hillary ha ascoltato le parole di benvenuto dei rappresentanti del personale e dei diplomatici. "Siamo tutti nella squadra americana, non tollereremo più divisioni - ha detto - Sarà una grande avventura, ci saranno ostacoli difficili, ma non falliremo nel fare il massimo per il Paese".
(da http://www.repubblica.it/ - 22 gennaio 2009)
Anastasia e Stanislav
L'avvocato Markelov e la reporter del quotidiano della Politkovskaia freddati a MoscaIndagavano sui crimini delle forze russe. Manifestazioni a Grozny, su Facebook un minuto di silenzio
Baburova, sdegno anche in Cecenia
GROZNY - Sconcerto e rabbia nella capitale cecena Grozny dopo l'uccisione dell'avvocato Stanislav Markelov e di Anastasia Baburova, collaboratrice di 'Novaia Gazeta', lo stesso giornale per cui lavorava Anna Politkovskaia. Manifestazioni di protesta hanno attraversato il centro della città. A Mosca, sul luogo dove ieri i due sono stati assassinati, sono state depositate corone di fiori dai difensori dei diritti umani.
Markelov è il settimo avvocato ucciso in Russia negli ultimi dieci anni, la Baburova il quinto giornalista eliminato negli ultimi dodici mesi. I due sono stati ammazzati da un killer con il volto coperto: ha freddato con un colpo alla nuca il legale e poi la giornalista che tentava di inseguirlo in via Precistenka, nella zona del 'Miglio d'oro'. Entrambi erano appena usciti da una conferenza stampa: Markelov aveva annunciato ricorso contro la liberazione anticipata del colonnello Iuri Budanov, condannato a dieci anni per il sequestro e lo strangolamento di una diciottenne in Cecenia, Elza Kungaieva, durante la seconda guerra contro la Russia. Secondo il padre di Elza, Markelov nell'ultima settimana aveva ricevuto minacce. Gli investigatori non hanno ancora un identikit preciso (si parla genericamente di un uomo alto circa un metro e ottanta e di aspetto slavo) e ipotizzano che il movente sia da ricercare nell'attività professionale del legale, noto per il suo impegno civile e per aver difeso numerosi ceceni contro le violenze di militari russi, anche di fronte alla Corte di Strasburgo, davanti alla quale intendeva impugnare la liberazione di Budanov.
Tra gli ultimi casi di cui si era occupato anche la brutale aggressione contro Mikhail Beketov, direttore del quotidiano 'Khimkinskaia Pravda', che aveva ripetutamente denunciato la speculazione edilizia in un sobborgo di Mosca: il giornalista, al quale è già stata amputata una gamba, è in coma da metà novembre. L'arma del delitto non è ancora stata trovata; la videocamera del palazzo accanto al luogo del delitto non era in funzione. "Uccisioni del genere sono una vergogna per il Paese", ha commentato Liudmila Alexeieva, responsabile del gruppo di Helsinki per i diritti umani. I dimostranti hanno chiesto l'apertura di un'inchiesta urgente sull'attentato.
La condanna del Consiglio d'Europa. Il Consiglio d'Europa chiede "piena luce sull'assassinio. Guai a consentire che simili delitti restino impuniti". E' l'appello lanciato in un comunicato dal liberale svizzero Dick Marty, responsabile della situazione dei diritti umani nel Caucaso settentrionale per l'Assemblea parlamentare dell'organismo di Strasburgo, che non ha niente a che fare con l'Unione Europea e che conta 47 stati membri tra cui anche la Russia. "Sono profondamente scioccato - scrive Marty nella nota- di apprendere dell'assassinio di Stanislav Markelov, i cui instancabili sforzi per combattere l'impunità di quanti si sono resi responsabili di violazioni dei diritti umani in Cecenia e altrove nel nord del Caucaso gli sono costati la vita".
Un minuto di silenzio su Facebook. Solidarietà è stata espressa anche dal popolo di Facebook, che ha indetto per questa sera alle 19 un minuto di silenzio in nome della libertà di stampa e delle vittime morte per difenderla. (da www.repubblica.it - 20 gennaio 2009)
- - -
Il comunicato di Amnesty International:
http://www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/1701
20 gennaio 2009
Milonga del Angel
To Anastasia.
Novaya Gazeta
Russia: l'erede della Politkovskaya uccisa insieme ad avvocatoL'erede di Anna Politkovskaya e' stata uccisa in un agguato insieme a un avvocato icona della lotta per i diritti civili in Cecenia. Anastasia Baburova, venticinquenne praticante della Novaya Gazeta, e' morta nell'ospedale in cui era stata portata con una ferita d'arma da fuoco alla testa.
Secondo la polizia e' rimasta vittima di un attentato il cui vero obiettivo era Stanislav Markelov, l'avvocato trentaquattrenne che si era battuto contro il rilascio anticipato del colonnello Yuri Budanov (nella foto), l'ufficiale piu' alto in grado a essere condannato per crimini di guerra da un tribunale russo. Markelov aveva appena finito di parlare con i giornalisti quando un sicario gli ha sparato alla nuca e ha poi fatto fuoco contro la giovane giornalista, autrice di numerosi reportage sul crescente razzismo e ultranazionalismo in Russia.
Nel processo contro il colonnello Budanov, Markelov aveva rappresentato la famiglia di Elza Kungayeva, una diciottenne cecena stuprata e uccisa da un gruppo di soldati russi. Nel 2000 l'ufficiale era stato arrestato, incriminato per il delitto e condannato a 10 anni, ma giovedi' scorso era tornato in liberta' nonostante la campagna condotta dall'avvocato contro il rilascio. L'uccisione di Elza era diventata il simbolo degli abusi commessi in Cecenia dalle truppe russe e la liberazione del colonnello era stata accolta con un'ondata di proteste. Il padre dell ragazza, minacciato di morte, e' costretto all'esilio in Norvegia.
fonte: Rainews24
Bianco
RICERCATORI DI AMNESTY INTERNATIONAL A GAZA: FOSFORO BIANCO DA PARTE DI ISRAELE CONTRO I CIVILI, "PROVE EVIDENTI E INCONTESTABILI"
I delegati di Amnesty International attualmente in visita nella Striscia di Gaza hanno riscontrato prove evidenti e incontestabili dell’uso massiccio di fosforo bianco in aree densamente popolate di Gaza City e in
altre zone del nord della Striscia.
"Abbiamo visto strade e vicoli pieni di prove dell’uso del fosforo bianco, con alcuni grumi ancora fumanti e residui di ordigni" – ha dichiarato Cristopher Cobb-Smith, un esperto in armi che fa parte, con altri tre
colleghi, della missione di Amnesty International. "Lo scopo del fosforo bianco è di provocare una cortina fumogena atta a favorire il movimento delle truppe in un campo di battaglia; è un’arma altamente incendiaria che non dovrebbe mai essere usata in aree dove si trovano i civili".
"Un uso così estensivo in aree densamente popolare è di per sé indiscriminato. Averlo usato ripetutamente in questo modo, nonostante le prove dei suoi effetti indiscriminati e il suo impatto sulla popolazione
civile, è un crimine di guerra" – ha dichiarato Donatella Rovera, ricercatrice di Amnesty International su Israele e i Territori occupati palestinesi.
Quando il fosforo bianco entra in contatto con la pelle può continuare a bruciare anche in profondità, fino a raggiungere la massa muscolare e la spina dorsale.
Tra le zone più colpite dal fosforo bianco vi è la sede dell’Unrwa, l’agenzia dell’Onu per i rifugiati a Gaza City, attaccata dalle forze israeliane il 15 gennaio. Sempre quel giorno, ordigni impregnati di
fosforo bianco hanno colpito anche l’ospedale al-Quds di Gaza City, provocando un incendio che ha costretto lo staff sanitario a evacuare i pazienti.
FINE DEL COMUNICATO Roma, 19 gennaio 2008
Per ulteriori informazioni: http://www.amnesty.it
I delegati di Amnesty International attualmente in visita nella Striscia di Gaza hanno riscontrato prove evidenti e incontestabili dell’uso massiccio di fosforo bianco in aree densamente popolate di Gaza City e in
altre zone del nord della Striscia.
"Abbiamo visto strade e vicoli pieni di prove dell’uso del fosforo bianco, con alcuni grumi ancora fumanti e residui di ordigni" – ha dichiarato Cristopher Cobb-Smith, un esperto in armi che fa parte, con altri tre
colleghi, della missione di Amnesty International. "Lo scopo del fosforo bianco è di provocare una cortina fumogena atta a favorire il movimento delle truppe in un campo di battaglia; è un’arma altamente incendiaria che non dovrebbe mai essere usata in aree dove si trovano i civili".
"Un uso così estensivo in aree densamente popolare è di per sé indiscriminato. Averlo usato ripetutamente in questo modo, nonostante le prove dei suoi effetti indiscriminati e il suo impatto sulla popolazione
civile, è un crimine di guerra" – ha dichiarato Donatella Rovera, ricercatrice di Amnesty International su Israele e i Territori occupati palestinesi.
Quando il fosforo bianco entra in contatto con la pelle può continuare a bruciare anche in profondità, fino a raggiungere la massa muscolare e la spina dorsale.
Tra le zone più colpite dal fosforo bianco vi è la sede dell’Unrwa, l’agenzia dell’Onu per i rifugiati a Gaza City, attaccata dalle forze israeliane il 15 gennaio. Sempre quel giorno, ordigni impregnati di
fosforo bianco hanno colpito anche l’ospedale al-Quds di Gaza City, provocando un incendio che ha costretto lo staff sanitario a evacuare i pazienti.
FINE DEL COMUNICATO Roma, 19 gennaio 2008
Per ulteriori informazioni: http://www.amnesty.it
19 gennaio 2009
18 gennaio 2009
Close Guantanamo, ieri a Roma
Roma, 17 gen. (Apcom) - Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha firmato oggi le due petizioni di Amnesty International per la chiusura del carcere di Guantanamo. "Queste mie firme fanno riferimento a due casi sollevati da Amnesty International che riguardano prigionieri di Guantanamo. Con questo gesto - spiega in una nota - non solo auspico la chiusura del centro di detenzione, ma manifesto la mia speranza che il nuovo presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, dia un forte impulso alla scomparsa della pena di morte negli Usa, così da rafforzare una battaglia dell'Italia in cui mi identifico profondamente".
Amnesty oggi ha organizzato un sit in a piazza della Repubblica, nel quale i partecipanti, vestiti con la tuta arancione dei prigionieri di Guantanamo, hanno detto 'basta alle detenzioni illegali'.
Amnesty oggi ha organizzato un sit in a piazza della Repubblica, nel quale i partecipanti, vestiti con la tuta arancione dei prigionieri di Guantanamo, hanno detto 'basta alle detenzioni illegali'.
17 gennaio 2009
16 gennaio 2009
Freddo
Chicago, nevica da settimane. Scrivo alla mia amica se posso mettere la foto che mi ha mandato di quel che si vede dalla sua finestra.
fai pure....ti raccomando di menzionare che ci sono meno 34 grado con il windchill (centigradi)...esci e non senti piu' le gambe
Mi vergogno un po' del mio lussuoso +2 di ieri sera... ma si sa, gli Stati Uniti fanno sempre tutto più in grande... Vorrei essere li' con te, cara, uscire nei meno 34 e non sentire più le gambe, e neanche il resto, per farmi stordire dal freddo fuori e non sentire quello dentro.
15 gennaio 2009
Gaza: collasso umanitario
Sul sito di Amnesty, all'indirizzo
http://www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/1686, si può leggere il rapporto sul collasso umanitario nella Striscia di Gaza diffuso oggi da nove Organizzazioni non governative israeliane, inclusa la Sezione locale di Amnesty International.
All'indirizzo
http://www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/1683, sono descritte le richieste rivolte da Amnesty International al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Domani, venerdì 16 gennaio, a Bologna fiaccolata per Gaza organizzata da liberi cittadini, partenza alle 18,30 dal Nettuno.
Sabato 17 gennaio ci sono due manifestazioni nazionali a cui parteciperà anche Amnesty:
- a Roma, organizzata da Amnesty e programmata da tempo, per chiedere la chisura di Guantanamo (info su http://www.amnesty.it/ )
- e ad Assisi, organizzata dallaTavola della Pace, per chiedere la fine del conflitto nella Striscia di Gaza.
Di qua o di là, ma andate. Che non si possono cambiare le cose è una bugia, non ascoltatela. Non state sul divano incollati davanti a XFactor o Amici, non guardate la realtà in televisione, siatela.
Il problema più grande dei nostri giorni non è che il Grande Fratello ci guarda, è che noi stiamo a casa a guardare il Grande Fratello.
- - -
DA Tavola della pace tavola@perlapace.it
Gaza: vieni ad Assisi il 17!
Rompiamo il silenzio dell'Italia!
Tutti ad Assisi il 17 gennaio. Aderisci subito!
Cari amici, è tempo di rompere il silenzio assordante dell'Italia. Se non vogliamo essere complici della guerra dobbiamo fare l'impossibile per fermarla e impegnarci a costruire la pace. Per questo vi invitiamo ad aderire e partecipare alla manifestazione nazionale che si terrà sabato 17 gennaio ad Assisi con inizio alle ore 10.00. La manifestazione è promossa dai firmatari all'appello "Dobbiamo fare la nostra scelta" che vi invitiamo a sottoscrivere. Ad Assisi vogliamo gridare la nostra indignazione, chiedere ancora una volta la fine dei combattimenti, approfondire il confronto sulle proposte per uscire da questa tragedia; decidere un piano di azioni comuni da realizzare nelle nostre città e a livello nazionale. Vi chiediamo di fare ogni sforzo per partecipare, diffondere l'invito e organizzare la partecipazione alla manifestazione coinvolgendo giovani, donne, uomini, gruppi, associazioni, sindacati, enti locali, media, scuole, parrocchie, chiese, forze politiche. La guerra deve essere fermata ora. E noi dobbiamo fare la nostra parte. Contiamo sulla vostra sensibilità.
Flavio Lotti, coordinatore nazionale tavola della pace
Perugia, 8 gennaio 2009
Per adesioni e informazioni rivolgersi a:
Tavola della Pace - email: segreteria@perlapace.it - www.perlapace.it
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http://www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/1686, si può leggere il rapporto sul collasso umanitario nella Striscia di Gaza diffuso oggi da nove Organizzazioni non governative israeliane, inclusa la Sezione locale di Amnesty International.
All'indirizzo
http://www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/1683, sono descritte le richieste rivolte da Amnesty International al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Domani, venerdì 16 gennaio, a Bologna fiaccolata per Gaza organizzata da liberi cittadini, partenza alle 18,30 dal Nettuno.
Sabato 17 gennaio ci sono due manifestazioni nazionali a cui parteciperà anche Amnesty:
- a Roma, organizzata da Amnesty e programmata da tempo, per chiedere la chisura di Guantanamo (info su http://www.amnesty.it/ )
- e ad Assisi, organizzata dallaTavola della Pace, per chiedere la fine del conflitto nella Striscia di Gaza.
Di qua o di là, ma andate. Che non si possono cambiare le cose è una bugia, non ascoltatela. Non state sul divano incollati davanti a XFactor o Amici, non guardate la realtà in televisione, siatela.
Il problema più grande dei nostri giorni non è che il Grande Fratello ci guarda, è che noi stiamo a casa a guardare il Grande Fratello.
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DA Tavola della pace tavola@perlapace.it
Gaza: vieni ad Assisi il 17!
Rompiamo il silenzio dell'Italia!
Tutti ad Assisi il 17 gennaio. Aderisci subito!
Cari amici, è tempo di rompere il silenzio assordante dell'Italia. Se non vogliamo essere complici della guerra dobbiamo fare l'impossibile per fermarla e impegnarci a costruire la pace. Per questo vi invitiamo ad aderire e partecipare alla manifestazione nazionale che si terrà sabato 17 gennaio ad Assisi con inizio alle ore 10.00. La manifestazione è promossa dai firmatari all'appello "Dobbiamo fare la nostra scelta" che vi invitiamo a sottoscrivere. Ad Assisi vogliamo gridare la nostra indignazione, chiedere ancora una volta la fine dei combattimenti, approfondire il confronto sulle proposte per uscire da questa tragedia; decidere un piano di azioni comuni da realizzare nelle nostre città e a livello nazionale. Vi chiediamo di fare ogni sforzo per partecipare, diffondere l'invito e organizzare la partecipazione alla manifestazione coinvolgendo giovani, donne, uomini, gruppi, associazioni, sindacati, enti locali, media, scuole, parrocchie, chiese, forze politiche. La guerra deve essere fermata ora. E noi dobbiamo fare la nostra parte. Contiamo sulla vostra sensibilità.
Flavio Lotti, coordinatore nazionale tavola della pace
Perugia, 8 gennaio 2009
Per adesioni e informazioni rivolgersi a:
Tavola della Pace - email: segreteria@perlapace.it - www.perlapace.it
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13 gennaio 2009
Gaza: appelli urgenti!
Firma gli appelli on-line:
Israele/Territori Palestinesi Occupati: fermare l'uccisione di civili innocenti
http://www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/1681
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La Sezione Italiana ci chiede anche di attivarci mandando il seguente appello OGGI 13/01/09:
Eccellenza Vladimir Zavazal
Ambasciatore Straordinario e Plenipotenziario
Ambasciata della Repubblica Ceca
Via dei Gracchi, 322 – 00192 Roma
Tel. 063609571 – Fax 063244466
E-mail rome@embassy.mzv.cz
Eccellenza Vladimir Zavazal,
Le chiedo di fare pressione affinché la Presidenza dell’Unione Europea, attualmente affidata al Suo governo, prenda una posizione forte per fare in modo che Israele ponga fine agli attacchi illegali nella Striscia di Gaza.
Distinti saluti,
NOME E COGNOME
Israele/Territori Palestinesi Occupati: fermare l'uccisione di civili innocenti
http://www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/1681
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La Sezione Italiana ci chiede anche di attivarci mandando il seguente appello OGGI 13/01/09:
Eccellenza Vladimir Zavazal
Ambasciatore Straordinario e Plenipotenziario
Ambasciata della Repubblica Ceca
Via dei Gracchi, 322 – 00192 Roma
Tel. 063609571 – Fax 063244466
E-mail rome@embassy.mzv.cz
Eccellenza Vladimir Zavazal,
Le chiedo di fare pressione affinché la Presidenza dell’Unione Europea, attualmente affidata al Suo governo, prenda una posizione forte per fare in modo che Israele ponga fine agli attacchi illegali nella Striscia di Gaza.
Distinti saluti,
NOME E COGNOME
Fire
You can blow out a candle
But you can't blow out a fire
Once the flames begin to catch
The wind will blow it higher
But you can't blow out a fire
Once the flames begin to catch
The wind will blow it higher
12 gennaio 2009
Gracias!
GRAZIE AMNESTY!"A volte risulta difficile lottare per un mondo migliore, ma non è mai impossibile se nel nostro impegno poniamo coraggio e speranza. Con tutti i colpi che riceviamo è facile perdere la forza e persino la fede, ma non perdiamo mai la speranza né il desiderio di proseguire nella strada tracciata verso la giustizia. Ho un grande rispetto e una grande ammirazione per il vostro lavoro e per il vostro impegno per fare del nostro mondo un posto migliore in cui vivere. Amiche e amici di Amnesty International, i miei migliori auguri per voi e per le vostre famiglie.Grazie infinite per il vostro sostegno e per prendervi cura di me!"
Gli auguri alla Sezione Italiana di Amnesty International di Marisela Ortiz, presidente dell'associazione "Nuestras hijas de regreso a casa", che si batte da 15 anni contro il femminicidio nello Stato messicano di Chihuahua.
GRAZIE MARISELA!
Il gruppo di Bologna di Amnesty International ha conosciuto e abbracciato Marisela Ortiz lo scorso ottobre a Bologna. Marisela da oltre sette anni combatte contro l'omertà e le connivenze della polizia a Ciudad Juárez, in Messico, dove in 15 anni sono state assassinate almeno 1000 giovani donne.
Amnesty International ha adottato Marisela come persona speciale da salvaguardare e a inizio ottobre 2008 AI ha ottenuto che a Ortiz fosse assegnata la scorta governativa. L’insegnante, infatti, riceve costantemente minacce di morte, dirette a lei, al marito, ai due figli. «Un esempio? Dal 2005 cammino con un bastone perchè ho un piede zoppo: è il ricordo di una macchina che mi ha investita», racconta l’attivista messicana.
Le minacce sono ulteriormente aumentate dopo il 3 ottobre 2008, quando è stato proiettato nelle maggiori città messicane un crudo documentario «girato da due dei giornalisti impegnati nella causa: tutti gli altri sono corrotti dal potere: basti pensare che le poche volte che l’associazione trova spazio in televisione, viene presa di mira, e alla gente viene detto che noi diciamo bugie e roviniamo l’immagine della città».
Molti dei casi di omicidio di donne rientrano in uno schema in cui le vittime, generalmente giovani (di età compresa tra i 13 e i 22 anni) e povere, sono state sequestrate, violentate, strangolate e gettate in fosse o discariche. Spesso le donne prese di mira e uccise lavoravano nelle cosiddette maquiladoras (o fabbriche di assemblaggio), aperte da compagnie multinazionali che controllano l'economia locale.
Le autorità hanno fatto molto poco per indagare in modo appropriato su questi crimini e, in diverse occasioni, sono state perfino usate torture per estorcere confessioni a persone apparentemente innocenti facendo sì che i veri responsabili rimanessero impuniti.
La discriminazione e la violenza contro le donne sono endemiche in molte regioni del Messico. Il tipo di violenza contro le donne a Ciudad Juárez è sintomatico di gravi mancanze nel sistema di giustizia penale che non riesce a rispondere adeguatamente a casi simili che accadono nell'intero Paese.
Amnesty International, insieme ad altre organizzazioni non governative, ha svolto campagne per portare all'attenzione mondiale la grave situazione delle donne di Ciudad Juárez. Sostenitori di AI in tutto il mondo continuano a chiedere alle autorità messicane di fermare questi crimini.
AIUTACI A PROTEGGERE LA VITA DI MARISELA E FIRMA L'AZIONE URGENTE DI AMNESTY AL SEGUENTE LINK:
http://www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/1505
http://www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/1505
Per maggiori informazioni consulta il sito ufficiale dell’associazione “Nuestras hijas de regreso a casa”: http://www.mujeresdejuarez.org/
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04 gennaio 2009
02 gennaio 2009
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